Nel ‘600 si diffonde in Italia un nuova concezione della poesia, denominata Marinismo dal nome del suo ideatore, Giambattista Marino. Il Marino, spesso chiamato dai contemporanei e dai posteri Cavalier Marino, non concepisce la poesia come manifestazione del sentimento, ma come frutto di virtuosismi verbali, di espressioni sorprendenti. Secondo lui “è del poeta il fin la meraviglia. Dico dell’eccellente e non del goffo. Chi non sa far stupir vada alla striglia.” La poesia, dunque, non deve emozionare o commuovere, ma deve meravigliare per l’originalità delle immagini, per i sorprendenti giochi di parole, per le ardite metafore. La metafora è un parlare figurato con il quale per indicare un soggetto ne se indica un altro che con quello abbia analogia.¼br> Il Marino ritiene che la meraviglia si raggiunga con espressioni eccellenti, non banali o ridicole. Se un poeta non sa raggiungere queste vette può andarsene a strigliare cavalli, cioé a fare il garzone nelle stalle, perché la poesia, quel genere di poesia, non fa per lui.
Giambattista Marino ebbe tanti seguaci. Cito per tutti il siciliano Giuseppe Artale. Questi descrive la Maddalena che piange ai piedi di Cristo e asciuga le lacrime con i suoi lunghi capelli. Per presentare quella scena il poeta dice così: “Bagnar coi soli ed asciugar co’ fiumi” sorprendendo per l’inattesa inversione dei ruoli: i soli (gli occhi) bagnano e i fiumi (i capelli) asciugano.L’elogio della rosa é uno dei componimenti più celebri del Marino e appartiene al vastissimo poema “Adone”, in cui l’autore racconta gli amori di Venere e Adone. La dea Venere conobbe casualmente questo bellissimo giovane, perché era stata punta da un cespuglio di rose sul quale aveva messo incautamente il piede. Le rose erano bianche, ma da quel momento, in ricordo del sangue di Venere, saranno rosse. Per lavare la ferita la dea si reca ad una vicina fonte, nei pressi della quale c’é Adone addormentato. Venere, conquistata dalla bellezza del giovane, se ne innamora e, mentre si allontana, passando accanto al cespuglio, vuole ringraziare la rosa che, pungendola, le ha fatto trovare l’amore. “Fatal cagione dei miei felici affanni” la definisce e già questa é un’espressione che lascia stupiti perché gli affanni non sono felici, ma Venere considera tali quelli amorosi. Leggiamo le parole che la dea della bellezza rivolge alla rosa:
Sàlviti il Ciel da tutti oltraggi e danni,
fatal cagion dei miei felici affanni.
Rosa, riso d’amor, del ciel fattura,
Rosa del sangue mio fatta vermiglia,
Pregio del mondo e fregio di natura…
Porpora de’ giardin, pompa de’ prati,
Gemma di primavera, occhio d’aprile…
Non superbisca ambizioso il sole
Di trionfar fra le minori stelle,
Chè ancor tu fra i ligustri e le viole
Scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
Splendor di queste piagge, egli di quelle;
Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
Tu sole in terra ed egli rosa in cielo.
E ben saran tra voi conformi voglie:
Di te fia ‘l sole, e tu del sole amante.
Ei delle insegne tue, de le tue spoglie
L’aurora vestirà nel suo levante.
Tu spiegherai ne’ crini e nelle foglie
La sua livrea dorata e fiammeggiante;
E per ritrarlo ed imitarlo a pieno,
porterai sempre un picciol sole in seno.Traduzione nella lingua italiana di oggi: