Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Il settimanale “Giovani”

Copertina GIOVANI

Quand’ero ragazzo scrivevo delle poesie (mi viene la tentazione di dire: “Chi non ha mai scritto poesie scagli la prima pietra”!). Poi l’ispirazione venne meno ed io non feci nulla per costringerla a tornare. Alcune di quelle poesie apparvero su un giornale di Torino intitolato “Giovani”. Era, questo, un settimanale pubblicato dalla SEI (Società Editrice Internazionale), casa editrice torinese d’ispirazione cattolica.
Educare i giovani al culto del vero, del giusto e del bello era appunto il fine che “GIOVANI” intendeva perseguire. Oggi, pensando a ciò che veniva pubblicato da quel settimanale, posso dire che ci riusciva pienamente.
Era una rivista ricca di pagine e di contenuti, parlava ai giovani e ai giovani dava anche la parola. Di quest’ultimo aspetto si occupava il redattore Vanni Leto, che ricordo con emozione perché godevo della sua benevolenza e questo era per me, adolescente, motivo di gioia e d’orgoglio.
Conobbi questo giornale quand’ero quattordicenne e rimasi suo fedele e appassionato lettore fino all’età di diciassette anni.  Arrivava ogni settimana il giovedì ed io non mancavo mai a quell’appuntamento in edicola. Principalmente perché mi piaceva leggere tutte le cose interessanti che “Giovani” proponeva, ma anche perché, per un verso o per un altro, ci poteva essere qualcosa che mi riguardasse: la pubblicazione di una mia poesia, l’esito di un concorso al quale avevo partecipato, la risposta ad un mio quesito.
In ogni numero c’erano la puntata di un romanzo per ragazzi e alcuni servizi di attualità presentati in forma semplice, chiara, adatta all’età dei giovanissimi lettori. C’erano, poi, numerose rubriche. Una era quella culturale, che presentava con chiarezza argomenti di vario genere; s’intitolava:  “… Et ab hic et ab hoc…” (Prendere da una parte e dall’altra, cioé: un po’ di tutto). Il titolo era in latino perché allora numerosi ragazzi  potevano capirlo. C’erano, inoltre, la rubrica del galateo e quella a carattere scientifico. C’erano poi le risposte ai quesiti che i giovani lettori ponevano; risposte ampie, esaurienti, e pur sempre chiare, fornite da specialisti.
C’era, infine, la pagina delle barzellette, divertentissime.

Parlare del mio rapporto con il giornale “Giovani”, che per tre anni mi ha offerto l’occasione di fare utili e piacevoli letture, per me è oggi motivo di emozione; anche  perché considero questo mio breve scritto un tributo di affetto e di riconoscenza al giornale stesso e a chi lo realizzava. Soprattutto  a Vanni Leto. Quel redattore e il suo giornale hanno avuto un ruolo importante per la mia crescita intellettuale e spirituale negli anni delicati dell’adolescenza, quando non si è più bambini, ma neanche si è ancora adulti.
Colgo l’occasione per far leggere agli amici di Albatros una mia poesia scritta quando avevo quindici anni (oltre mezzo secolo addietro) e pubblicata dal giornale “Giovani”. S’intitola “Dio” e presenta un’inquietudine spirituale che penso sia comune a molti adolescenti.
Prima di concludere questa presentazione vorrei fare una domanda: anche i miei amici di Albatros leggevano dei giornali quando erano ragazzi? Parlarne sarebbe per loro un emozionante tuffo nel passato. Leggere le loro risposte sarebbe un’esperienza piacevole ed interessante.

La poesia Dio (Giovani)

Ugo Foscolo e l’immortalità terrena

            Ritratto di Ugo Foscolo                                                                     

Ritratto del Foscolo

 

Le tombe servono ai vivi e non ai morti. Questo concetto, apparentemente assurdo, sta alla base del Carme dei Sepolcri, composto da Ugo Foscolo in seguito all’Editto di Saint Cloud, ch’era stato emanato in Francia nel 1804 ed esteso nel 1806 anche ai territori italiani sotto la dominazione francese . Esso stabiliva che le tombe dovevano sorgere fuori dal centro abitato e non dovevano essere monumentali, ma semplici e distinte solo dal nome e dal cognome del defunto, senza altre indicazioni.
Il divieto di edificare tombe in città era determinato da motivi igienico-sanitari, mentre la disposizione riguardante le epigrafi nasceva da un discutibile rispetto del principio di uguaglianza.
Il Foscolo in un primo momento resta indifferente alla notizia dell’Editto di Saint Cloud. Egli, materialista, pensa che la tomba non abbia alcun valore per l’estinto perché con la morte finisce tutto. Invece, in seguito, si convince che le tombe servono ai vivi per ricordare meglio le persone care e per essere un giorno ricordati essi stessi
Tra i vivi e i morti s’instaura, dunque, attraverso il sepolcro, quella che l’autore chiama “divina corrispondenza d’amorosi sensi”; é un’illusione, che, tuttavia, consente all’estinto di continuare a vivere anche dopo che avrà chiuso gli occhi per sempre. Ciò può avvenire soltanto per quelle persone che hanno lasciato di sé un buon ricordo. E’, questa, una forma di immortalità, ma esclusivamente terrena (il Foscolo, come ho detto, non credeva in quella ultraterrena della quale parla la Chiesa).

Qualcosa di più rilevante avviene con le tombe dei grandi uomini, che con la genialità o l’eroismo hanno onorato il proprio Paese. Quei sepolcri diventano, allora, custodi delle patrie memorie.
Il Foscolo esalta, a questo proposito, la Basilica di Santa Croce in Firenze, dove sono custodite le tombe di alcuni grandi italiani: Michelangelo, Galilei, Machiavelli e Alfieri. Oggi vi é sepolto lo stesso Foscolo.  Le tombe di questi uomini illustri non servono solo a conservare le memorie del passato, ma anche a suscitare negli animi generosi eroiche virtù: 

“A egregie cose il forte animo accendono
l’urne di forti… e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta”.

                                                               Firenze. La Basilica di Santa Croce

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Quando il Foscolo visitò per la prima volta la Basilica di Santa Croce pensò che Firenze era fortunata per i suoi meravigliosi paesaggi e per la sua storia, ma ancor di più perché custodiva  dentro quel Tempio le tombe di grandi italiani.  E aggiungeva: a quelle tombe un giorno, se saremo stanchi della dominazione straniera, chiederemo ispirazione per riscattarci, proprio come era solito fare l’Alfieri.
Vittorio Alfieri ebbe avversione per la tirannide e per i vili. Nel carme dei Sepolcri viene presentato dal Foscolo come un grande che, sdegnato contro i suoi contemporanei, incapaci di riscattarsi dalla presenza straniera, si rifugiava dentro quel tempio. Al dialogo con i vivi, dunque, preferiva il muto colloquio con i grandi del passato. Oggi, conclude il Foscolo, “con questi grandi abita eterno e l’ossa fremono amor di patria”.
Nell’antica Grecia i soldati ateniesi prima di un’impresa rischiosa, per alimentare i loro spiriti guerrieri andavano a raccogliersi in meditazione davanti alle tombe degli eroi morti a Maratona lottando contro gl’invasori persiani.
Anche le tombe di Troia accoglievano degli eroi e da esse, secondo il Foscolo, trasse ispirazione Omero per comporre l’Iliade. L’autore, con una splendida immagine, vede quel vecchio poeta che, cieco, brancola fra gli avelli degli eroi troiani morti per avere combattuto con forza, anche se inutilmente, contro i Greci in difesa della propria libertà.

Il tempo travolge tutto in uno scenario che il Foscolo ci presenta in modo sconvolgente. Tuttavia le tombe dei grandi uomini cantate dai poeti, quando saranno state travolte da quella forza demolitrice, resteranno nel ricordo dei posteri grazie alla poesia, che supera “di mille secoli il silenzio”.
E’ l’ultima, altissima funzione della tomba: quella di essere ispiratrice della poesia che rende immortali i grandi, anche se si tratta, come ho detto all’inizio, di una immortalità soltanto terrena.
Ecco il valore della poesia per un romantico della tempra di Ugo Foscolo.
Forse quando scriveva il Carme dei Sepolcri l’autore aveva presente quel concetto di Vittorio Alfieri secondo il quale il poeta Omero diede vita immortale all’eroe Achille, invece Achille non ad Omero, ma neanche a se stesso avrebbe saputo dare vita immortale.
Luigi Russo, grande critico letterario del Novecento, mettendo a confronto  l’immortalità cristiana con quella foscoliana, esprime il seguente giudizio: “Non è più l’immortalità dispensata gratuitamente ab aeterno a tutti, ma l’immortalità conseguita per egregie imprese.” Poi aggiunge: “Il carme del Foscolo… è innanzitutto un carme religioso, il carme religioso della nuova immortalità umana.”

C’era una volta la… prostituzione sacra

 La dea Venere

Afrodite, dea dell’amore, venerata dai
Romani con il nome di Venere. A Erice
sorgeva un tempio dedicato a lei.
 
 
 
C’è da restare allibiti quando nei libri di storia si legge che presso gli antichi popoli del Mediterraneo era molto diffusa la prostituzione praticata nei templi a scopo religioso e per questo chiamata prostituzione sacra.
Nel corso del rito religioso la sacerdotessa del tempio si offriva al re. Questo congiungimento carnale era un atto di devozione verso la dea dell’amore e della fertilità (chiamata Afrodite in Grecia, Venere a Roma, Ishtar presso i popoli mesopotamici)  e aveva lo scopo di caricare le persone che lo compivano di energia vitale; questa a sua volta serviva ad  accrescere la fecondità di uomini, animali e piante. Ecco perché quell’atto, lungi dall’essere immorale o volgare, era una cerimonia religiosa alla quale gli antichi attribuivano altissimo valore. L’umano, praticamente, si congiungeva con il divino, la terra con il cielo.
Questa pratica era più diffusa nei periodi di pericolo per un popolo (dovuto, per esempio, alla siccità, alla carestia o alla moria di animali).
Il rapporto sessuale nei templi non avveniva soltanto fra il re e la sacerdotessa: infatti per motivi religiosi si concedevano ai visitatori prostitute ospitate in quei luoghi sacri e donne libere in visita al tempio.
In epoca molto antica nella prostituzione sacra l’aspetto religioso prevaleva su quello erotico, mentre in seguito il primo andò sempre più affievolendosi per lasciare prevalere il secondo. Qualche studioso ha pensato che la prostituzione sacra servisse a propiziarsi gli dei con il sacrificio della donna, ossia di un essere debole nella scala sociale, in sostituzione dei sacrifici umani, che si facevano in epoche molto più lontane.

Per gli antichi la prostituzione era una pratica normale; a volte, come si è visto, doverosa. In quei tempi la nudità del corpo umano non creava scandalo; lo stesso si può dire dell’atto sessuale.

La prostituzione venne, invece, considerata immorale dal Giudaismo e in seguito dal Cristianesimo. Furono, dunque, le grandi religioni monoteistiche ad opporsi ad una pratica ritenuta degradante per la donna.  

E’ degno di essere ricordato quanto avveniva presso gli Assiri. Questi facevano obbligo ad ogni donna di andare una volta nella vita a prostituirsi nel tempio. Nei periodi prescritti le donne, dopo essere giunte nello spazio sacro, si mettevano a sedere e aspettavano che il visitatore facesse la sua scelta buttando una moneta sul grembo della preferita. Questa moneta veniva consegnata in seguito ai sacerdoti perché la conservassero nel tesoro del tempio.
Alcuni templi in questo modo accumularono enormi ricchezze.
E’ ovvio che una donna bella poteva tornare presto in famiglia perché veniva scelta subito. Invece una meno bella impiegava del tempo per saldare il suo debito con la divinità. Vi lascio immaginare quanto dovesse aspettare una donna brutta. Lo storico greco Erodoto dice che l’attesa a volte durava anni.

Erano numerosi i templi dell’area mediterranea nei quali veniva praticata la prostituzione sacra:  greci, babilonesi, assiri, fenici, etruschi. Si ricordano in modo particolare il tempio di Venere ad Erice, in Sicilia, e il tempio di Afrodite a Corinto, in Grecia. In quest’ultimo tempio vi era un migliaio di prostitute, chiamate ierodule, che in greco significa schiave sacre. Le loro tariffe erano particolarmente elevate. I bambini nati dai loro rapporti sessuali restavano nel tempio fino ad una certa età, poi venivano allontanati.
La prostituzione sacra fu praticata fino al secolo scorso anche in alcuni templi indiani a beneficio dei pellegrini. Solo nel 1950 le autorità la vietarono. 

Presso alcuni popoli vigeva l’usanza di far prostituire dentro l’area del tempio le donne che dovevano ancora sposarsi. Era, questa, la cosiddetta prelibazione, ossia la deflorazione delle ragazze giunte all’età del matrimonio; essa veniva fatta per scaramanzia. Quale pericolo correvano quelle ragazze? Non si sa bene, ma si pensa all’atavico terrore del contatto con il sangue (ricordiamo come venivano emarginate presso alcuni popoli le donne mestruate). Il tabù del sangue che contamina probabilmente induceva i genitori ad offrire la figlia ad un estraneo prima del  matrimonio per evitare che una maledizione gravasse sulla sua futura famiglia.   

Atlantide. Mito o realtà?

Thomas Cole, Atlantide

Atlantide come l’ha immaginata il pittore americano Thomas Cole (1801-1848)

Quello di Atlantide è uno dei grandi misteri della storia, per i quali l’uomo non ha mai saputo trovare una spiegazione inoppugnabile. Si tramanda che in tempi molto antichi vi era una grande isola, sede di una raffinatissima civiltà, che per un cataclisma fu sommersa dalle acque e rimase sepolta in fondo al mare. Nessuno sa dire con esattezza se e dove sia esistita quest’isola (che qualcuno, data la sua estensione, chiama continente); pertanto nei secoli è stato un continuo gareggiare da parte di studiosi e di scienziati, o semplicemente di appassionati, per cercare di dare una precisa collocazione a questa terra misteriosa.

Il primo a parlarcene è stato il filosofo Platone, il quale racconta in alcune sue opere che il saggio Solone, trovandosi in Egitto, si vantava delle antiche origini della civiltà ateniese. Uno dei sacerdoti egiziani gli fece notare che c’era stata una civiltà molto più antica, scomparsa improvvisamente in un solo giorno.  Quel sacerdote descriveva nei minimi particolari la conformazione di quella terra e il modo di vivere dei suoi abitanti. Quello era il regno di Atlantide.

Platone presenta quell’isola con queste parole:: “Oltre quello stretto denominato Colonne d’Ercole c’era un’isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme, e da essa si potevano raggiungere altre isole e da queste isole si poteva arrivare alla terraferma, che stava di fronte… In quell’isola, chiamata Atlantide, v’ era un regno che dominava non solo tutta l’isola, ma anche numerose altre isole e alcune regioni del continente che stava di fronte. Il suo potere giungeva, inoltre, al di qua delle Colonne d’Ercole includendo la Libia, l’Egitto e altre regioni dell’Europa… Novemila anni addietro quell’isola e i suoi abitanti scomparvero a causa di uno spaventoso cataclisma.”

In seguito il filosofo passa ad una particolareggiata descrizione dei luoghi dicendo che “dal mare, verso il mezzo dell’intera isola, si estendeva una pianura; la più bella e la più fertile di tutte le pianure, e sorgeva un monte non molto elevato… ”  Atlantide, come c’informa ancora Platone, era caratterizzata dalla presenza di numerosi e ampi canali, possedeva miniere di metalli utili o preziosi e produceva grano e frutti in abbondanza. Il filosofo ateniese ci dice anche che gli Atlantidi costruivano grandi e belle opere pubbliche e che avevano una eccellente organizzazione politico-militare. Essi possedevano un esercito di valorosi guerrieri e, poco prima del cataclisma, avevano perfino tentato di sottomettere la Grecia. 

Alcuni studiosi pensano che quello di Atllantide sia uno dei miti di Platone, il quale a volte amava dare forza ai suoi concetti servendosi di racconti favolosi. In questo mio blog ho parlato una volta del Mito della caverna (Vedi “I due mondi di Platone” in Cultura classica). Altri, invece pensano che Platone abbia ripreso un’antichissima tradizione le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Le leggende e le tradizioni nascono spesso da fatti veri, che con il passare di molto tempo diventano mitici, favolosi, irreali.  Porto l’esempio del diluvio universale; esso fa pensare all’epoca antichissima in cui si sciolsero i ghiacciai con aumento del livello del mare e conseguente scomparsa delle terre meno elevate. Qualcosa del genere può essere accaduto con Atlantide.  Non è assurdo pensare che una raffinata civiltà sia scomparsa per lo scioglimento dei ghiacciai alla fine delle grandi glaciazioni. E’ anche possibile che la causa della sua fine sia stato un fortissimo terremoto seguito da una gigantesca onda anomala, quella che oggi chiamiamo tsunami.

Ammesso che sia veramente esistita,  si deve riconoscere che Atlantide é scomparsa geograficamente, ma ha continuato a vivere nella memoria degli uomini per arrivare a Platone e, attraverso i suoi scritti, fino ai nostri giorni.

 Ora la domanda che gli studiosi si pongono da sempre senza trovare risposta: dove sorgeva Atlantide? Platone dice che si trovava oltre le colonne d’Ercole, ossia dopo lo stretto di Gibilterra, quindi si è pensato alle isole Canarie o alle Azzorre; qualcuno si è spinto più avanti ed é arrivato alla Bolivia. Qualcuno andando ancora più avanti, ha visto Atlantide nella Terra del fuoco, un’isola che si trova s a sud dell’America meridionale. Ci ha messo mano anche un sensitivo, il quale ha “visto” che Atlantide sorgeva nel mar dei Sargassi, che si trova nella parte settentrionale dell’Oceano Atlantico.

C’è, poi, chi è convinto che le colonne d’Ercole non erano nell’odierno Stretto di Gibilterra, ma nel Canale di Sicilia, in tempi remoti meno largo di oggi in quanto alcune terre non erano ancora state sommerse dal mare. In questo caso oltre le colonne d’Ercole si troverebbe una grande isola, la Sardegna, mentre la terraferma di fronte, della quale parla Platone, sarebbe la penisola iberica. E’, dunque, la Sardegna ciò che rimane della mitica Atlantide? E’, per altro, storicamente accertato che in epoca lontana ci fu nel Mediterraneo un fortissimo terremoto seguito da una gigantesca onda anomala,  E’ possibile, dunque, che un vasto territorio di questo mare, abitato da un popolo molto civilizzato, sia stato inghiottito dalle acque.

Recentemente per sciogliere l’enigma di Atlantide si è fatto ricorso alle speciali mappe di Google che, con l’ausilio dei satelliti, riesce a guardare anche nelle profondità marine. Queste osservazioni hanno consentito di scoprire sotto l’Oceano Atlantico, al largo dell’Africa, un’ampia struttura rettangolare simile ad una città. Sarà questa la capitale del mitico regno scomparso?  Se è così vi lascio immaginare la gioia di quelli che credono nell’esistenza di Atlantide (io sono fra questi) e la delusione di chi ha voluto considerare quella terra frutto della fantasia.
Google. comunque, ha negato che l’immagine rilevata nell’Atlantico possa riferirsi ad una città sommersa e ha detto che si tratta, piuttosto, di un effetto ottico.  Basta la smentita di Google a spegnere le illusioni di chi aveva salutato con entusiasmo questo evento? La speranza, si sa, é sempre l’ultima a morire.

Di Atlantide si sono occupati in quasi due millenni e mezzo filosofi e scienziati, a cominciare da Aristotile, che non credette al racconto del suo maestro, Platone. Inoltre questa leggenda ha ispirato anche scrittori. pittori e musicisti. Se ne sono impossessati pure cineasti e fumettisti e, recentemente è entrata anche nei videogiochi.  Nel 2004  le Isole Fær, che costituiscono una regione autonoma del regno di Danimarca, hanno emesso un francobollo dedicato al  mito di Atlantide.

Genitori e figli. Piccola antologia poetica

Questa pagina di Albatros contiene alcune poesie ispirate dagli affetti familiari. Esse, infatti, sono dedicate ai genitori o ai figli da celebri autori.
Sono liriche semplici, dolci, che arrivano facilmente al cuore.
Per tutti gli autori ho dato alcune informazioni di carattere biografico, ma soltanto per le poesie di Ungaretti e Quasimodo, che sono più complesse, ho scritto brevi note esplicative.

Giovanni Papini
VIOLA VESTITA DI LIMPIDO GIALLO

 Viola vestita di limpido giallo,
che festa, che amore a un tratto scoprirti
venire innanzi con grazia di ballo
di tra i ginepri e l’odore dei mirti!

La ricca estate si filtra e si dora
sopra il tuo piccolo volto rotondo;
ad ogni moto dell’iride mora
bevi nel riso la gioia del mondo.

Par che la terra rifatta stamani
più generosa, più fresca di ieri
voglia specchiarsi negli occhi silvani
tuoi, risplendenti di casti pensieri.

Al tuo venire volante s’allieta
questo mio cuore e con Dio si rimpacia,
l’arida bocca del padre poeta
torna a pregare allor quando ti bacia.

 ———–
Giovanni Papini nacque a Firenze nel 1881 e morì in quella città nel 1956. Autodidattaa e lettore infaticabile, ebbe notevole cultura. Nei primi anni del Novecento aderì al Futurismo. Allo scoppio della Prima guerra mondiale fu convinto interventista, in seguito si avvicinò al Fascismo. Nelle sue scelte ebbe comportamenti ed idee non sempre convincenti, perché esaltava la provocazione e la guerra. Si ricredette, tuttavia, quando vide quali atrocità aveva portato il primo conflitto mondiale. I suoi, comunque, erano stati atteggiamenti tipici della sua generazione.
Fra le sue opere più  significative ricordiamo
Un uomo finito (1910) e Storia di Cristo.

 

Edomdo De Amicis

IL MIO BAMBINO

Come trovo dipinto il mio bambino
in fin di desinare: è uno sgomento!
ha le patacche addosso a cento a cento,
e la bocca color di stufatino; 

ha il nasetto, si sa, tinto di vino
e sulla fronte un pò di condimento,
e uno spaghetto appiccicato al mento
che gli penzola giù sul grembiulino.

 E sfido!, in tutto pesca e tutto tocca,
e si strofina la forchetta in faccia
e stenta un’ora per trovar la bocca;

e  son tutti i miei strilli inefficaci;
egli, vecchio volpone, apre le braccia
ed io gli netto il muso co’ miei baci.

 ————–
Edmondo De Amicis  nacque ad Oneglia (Imperia) nel 1846 e morì a Bordighera (Imperia) nel 1908. Scelse, giovanissimo, la vita militare e combatté a Custoza con il grado di tenente. In seguito si diede al giornalismo.
La sua opera più famosa è il romanzo Cuore (1886), cronaca di un anno scolastico di un bambino delle Elementari. Quest’opera ha commosso generazioni di italiani.

 

Giuseppe Ungaretti

 LA MADRE

Da Sentimento del tempo  (1933)

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano. 

In ginocchio, decisa,
sarai una statua di fronte all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita. 

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi. 

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi. 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 ————
In questa lirica Giuseppe Ungaretti pensa al momento in cui potrà rivedere la madre morta, cioé quando avrà chiuso gli occhi per sempre. Con la morte crollerà il muro d’ombra che lo separa dal mondo ultraterreno. Perché muro d’ombra? Perché  è il confine immaginario fra il mondo senza luce nel quale viviamo e quello lumoso dell’Aldilà.
Il poeta sottolinea il profondo senso religioso della madre, che quand’era piccolo lo educò ai principi cristiani  e un giorno gli rivolgerà lo sguardo solo quando Dio lo avrà perdonato. Bella l’immagine statuaria della madre, che attende con fermezza il perdono per il figlio.
Giuseppe Ungaretti nacque nel 1888 ad Alessandria d’Egitto da genitori toscani. Studiò a Parigi. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, si stabilì a Roma. Insegnò Letteratura italiana prima a San Paolo del Brasile e poi all’Università di Roma. Morì a Milano nel 1970. 
Ungaretti è considerato uno dei maggiori poeti del Novecento, figura importante dell’Ermetismo. Pubblicò varie opere di poesia, che in seguito raccolse nel volume Vita d’un uomo.

 

 Camillo Sbarbaro

 PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO PADRE

  Da Pianissimo (1914)

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

———————
Camillo Sbarbaro nacque a Santa Margherita Ligure nel 1888 e morì a Savona nel 1967. Collaborò a importanti riviste letterarie, quali La Voce e Lacerba. Insegnò lingue classiche, delle quali era cultore, e  fece molte traduzioni dal greco e dal francese. Fu anche studioso e collezionista di muschi e licheni. Fra le sue opere ricordiamo le raccolte di liriche  Pianissimo e Trucioli.

 

Salvatore Quasimodo

LETTERA ALLA MADRE

Da La vita non é sogno” (1946-48)

«Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. -
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater

————————-
Questa poesia di Quasimodo è una lettera in versi indirizzata alla vecchia madre rimasta sola in Sicilia dopo la partenza del figlio per Milano.  L’ironia, che ritiene gli sia stata trasmessa dalla madre, è la capacità di guardare gli eventi, anche quelli negativi, con distacco, per non esserne travolto. Il momento più alto della lirica è costituito dagli ultimi versi, in cui il poeta esprime il desiderio che il mondo lasciato in Sicilia (la madre,  gli oggetti), vengano risparmiati dalla “gentile morte”.  E’ la dolce speranza di quanti, allontanatisi da un luogo caro, si augurano di ritrovarlo sempre intatto.
Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e morì a Napoli nel 1968. Dopo aver seguito studi tecnici si orientò, da autodidatta, verso la cultura classica facendo pregevoli traduzioni dal greco. Dopo aver lavorato al Genio civile di Reggio Calabria fu nominato nel 1941, per “chiara fama”, professore di Letteratura italiana al Conservatorio di Milano. In un certo periodo della sua vita sentì l’influenza dell’Ermetismo. Fra le sue opere ricordiamo Acque e terre, Oboe sommerso, Ed è subito sera, Giorno dopo giorno, La vita non è sogno, Il falso e il vero verde. Nel 1959 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.

“Suor Letizia” - Un racconto di Claudia

Domani sarà celebrato il “Giorno della memoria” per ricordare le vittime del genocidio ai danni degli Ebrei e le persone generose che cercarono di ridurne la gravità. Al tempo stesso si vuole tenere vivo il ricordo di quelle atrocità affinché gli uomini evitino per l’avvenire di ripeterle.
Alla vigilia di questa ricorrenza pubblico per gli amici di Albatros un racconto di Claudia Lo Blundo Giarletta che s’ispira a quelle tristi vicende.
Claudia é una mia amica residente ad Avellino. Dopo aver dedicato molti anni all’attività di Assistente sociale, maturando una non comune esperienza nel campo dei disagi individuali e sociali, oggi, giunta nella cosiddetta “età libera”, continua  a dedicarsi ad un’attività che sempre le é stata congeniale, quella della scrittura. Ha al suo attivo tanti bei racconti, molti dei quali pubblicati nella raccolta “Lei… incompresa o incomprensibile”.  Le sue protagoniste sono spesso donne con problemi esistenziali o con esperienze traumatiche alle spalle. Proprio come suor Letizia, il personaggio principale del racconto che oggi presento agli amici di Albatros.
La sezione “Spazio Amici” di questo blog contiene già due racconti di Claudia intitolati  “Il sabato sera” e “Oltre la mia porta”. 

                                          S U O R    L E T I Z I A

Era stata ammessa al postulandato dopo aver conseguito il diploma magistrale; trascorsi sei mesi, aveva indossato il velo bianco delle novizie e, scaduti i due anni di rito, in una giornata di festa, in compagnia di altre sei giovani, aveva consacrato la propria vita a Dio.
Il vescovo, durante la celebrazione del rito, aveva detto che dai segni esterni si poteva capire che Dio aveva dimostrato il proprio compiacimento nell’accogliere i voti di quelle anime elette regalando loro un tempo particolarmente radioso per una giornata che, pur se all’inizio della primavera, sembrava aver messo in fuga i freddi invernali. 

^ ^ ^ ^ ^ 

Miracolosamente sfuggita alla morte nel campo di concentramento in cui era morta la madre, a circa otto anni era stata accolta in un collegio di suore. 
Durante gli anni successivi aveva trascorso brevi periodi fuori istituto, soggiornando presso parenti e, già studentessa, presso la famiglia di qualche compagna, ma rientrava sempre volentieri in collegio e diceva:
“Come l’uccello che torna al suo nido!”.
Non avrebbe saputo immaginare la propria esistenza in un luogo diverso e le era sembrato giusto entrare a far parte della famiglia di quelle suore che l’avevano tanto aiutata.
Poiché era sempre serena, disponibile con tutti, pronta ad ascoltare gli altri, più che a parlare, al momento del suo ingresso in noviziato le era stato imposto il nome di Letizia: Suor Letizia!
Cosa può fare una giovane che si chiami Letizia, se non essere sempre messaggera di gioia?
Suor Letizia insegnava alle adolescenti non soltanto i programmi scolastici, ma anche quei comportamenti necessari per una crescita equilibrata nella vita personale e sociale.
Lei desiderava che tutte quelle giovani scoprissero il segreto per essere, soprattutto, serene e diceva:
“Quando il cuore è in pace con Dio è in pace anche con il prossimo!”.

   Suor Letizia non amava parlare della propria infanzia; non aveva voluto proseguire gli studi universitari: non le interessavano gli studi filosofici né la incuriosiva imparare a capire la psiche umana secondo gli studi presentati da Freud.
Diceva: “Quando hai Dio, hai tutto!”.
Con il trascorrere degli anni, la vita di suor Letizia sembrava scorrere sempre uguale tanto che ad un osservatore esterno poteva addirittura, sembrare monotona.
Emessi i voti perpetui era diventata Madre Letizia ed il suo cuore amava di un tenero affetto materno tutti quei giovani fiori che per motivi più diversi, si trovavano in collegio.
Ma la sua non era una vita noiosa, anzi era serena, scandita dagli orari imposti dalla regola e dai doveri del suo ufficio: dopo le ore di insegnamento aveva il compito di seguire le adolescenti, quindi scuola al mattino e presenza costante al fianco delle ragazze, al pomeriggio: tra queste due attività la preghiera.

 In un’assolata domenica di maggio, mentre tutto, intorno, era silenzio e quasi tutte le ragazze erano tornate a casa per la giornata di festa, Madre Letizia leggeva in biblioteca; con lei c’era Luisa, poco più che bambina, appena dodicenne.
 Bussarono al portone  d’ingresso. Madre Letizia stava per alzarsi, ma Luisa, più svelta, disse: “Vado io!”.
Madre Letizia le gridò:
“Prima di aprire domanda chi è!”.
Ma Luisa non poteva sentirla, di corsa era giunta al portone.
Madre Letizia si immerse nella lettura; ad un tratto un grido: “Aiuto, aiuto!”.
Madre Letizia si alzò facendo rovesciare, nella fretta, la sedia sulla quale era seduta, e corse nel corridoio adiacente la biblioteca, quello sul quale si apriva il portone  d’ingresso.
“Aiuto Madre, Madre!”.
Dinanzi agli occhi di Madre Letizia si stava svolgendo una scena disgustosa; chi aveva bussato era un uomo con indosso solo il cappotto; stringeva sul proprio corpo nudo, con forza, la piccola Luisa che cercava di svincolarsi mentre le mani di lui si intrufolavano sotto il vestito di lei.
Madre Letizia prese un pesante porta ombrelli che si trovava lì vicino e, con tutta la forza di cui la caricò la sua rabbia, lo tirò addosso all’uomo che cadde a terra.
Le altre Suore giungevano nel momento in cui l’oggetto colpiva pesantemente l’uomo.
Seguì un logico trambusto; Madre Letizia accolse tra le proprie braccia la piccola Luisa ma non si capiva bene chi, delle due, avesse più bisogno di aiuto.
Con gli occhi chiusi, mentre carezzava amorevolmente Luisa, scossa da conati di vomito, Madre Letizia stentatamente ed ansimando diceva:
“Calmati, non pensarci più, è tutto passato; ora conta: uno, due, tre, quattro…”
Improvvisamente Madre Letizia cadde a terra svenuta, sotto gli occhi esterrefatti, delle due consorelle.
Era stata chiamata la polizia ed anche il medico, il quale, accorso prontamente per occuparsi di una bambina spaventata si trovò dinanzi una suora svenuta.
Il medico parlò di stato di shock ed assicurò che il malessere sarebbe stato di breve durata.
“La Madre ha avuto molta presenza di spirito, molto coraggio e ha dovuto fare un gesto contrario alla propria natura benevola” disse. “Adesso ha bisogno di molto riposo, deve stare attenta alla propria salute; deve fare un elettrocardiogramma, perché sembra che il suo cuore sia a pezzi”.
Appena ripresa dallo svenimento, Madre Letizia domandò notizie di Luisa. 
La bambina le andò vicina e le domandò:
“Perché mi ha detto di contare?”.
Madre Letizia la guardò tristemente:
“Non ricordo, non ricordo cosa ho detto!”.

Invece ricordava!
Le era affiorato alla mente ciò che era accaduto ad una bambina di sette o otto anni, prigioniera in un campo di concentramento del quale non ricordava più il nome.
Beatrice ignorava cosa fosse la guerra; sapeva però che a causa della guerra lei era costretta a vivere lontana dalla propria casa, dai compagni. Nel campo dove si trovava con sua madre, Anna, erano tutte donne; il campo non era molto grande. Ogni capanna, come lei chiamava le abitazioni, comprendeva venti letti da campo. Le donne indossavano brutti pantaloni da uomo, con scarpe pesanti e ruvidi cappotti d’inverno; coltivavano la terra sia che vi fosse freddo gelido sia che il sole caldo, sulla pianura, rendesse arida la pelle mentre la testa sembrava sempre sul punto di scoppiare per la pressione del sangue alle tempie.
Se Beatrice domandava notizie del padre, la madre, abbracciandola a sé rispondeva: “La guerra ha portato via papà!”.
“Ma allora la guerra è una brutta cosa?”, aveva domandato una volta la piccola Beatrice.
La madre quasi guardasse lontano, oltre la parete, oltre l’orizzonte, lontano dai campi, aveva risposto:
“Si, perché trasforma gli uomini, uccide non solo la vita, ma anche i sentimenti!”.
Se, talvolta, la figlia chiedeva: “Ma torneremo a vivere come prima?”, e forse il suo cuore di bimba pensava ai compagni o alla sua cameretta, ai giochi, allora la madre, tristemente, rispondeva:
“La guerra trasforma gli uomini e le cose, nulla può essere più come prima!” e forse pensava al marito, ai familiari, a chi li aveva traditi perché avevano aiutato alcuni ebrei, alla sua triste condizione nella quale si trovava costretta a vivere. A volte aveva desiderato la fine, la morte, ma poi si rimproverava: doveva tentare di resistere, a qualunque costo, pur di dare alla figlia la possibilità di vivere. Ma sapeva bene che la sua vita non sarebbe stata più la stessa!
Eppure, Anna, si diceva fortunata: lei aveva ancora la figlia, con sé, mentre altre donne  avevano visto morire i loro figli o erano stati strappati dalle loro braccia imploranti ed ora sembravano soltanto larve umane!

 A volte, di sera, Anna con altre giovani donne, si spogliava dei ruvidi indumenti, indossava abiti femminili, si rimirava in un pezzetto di specchio che le loro compagne si erano suddivise, poi dava  un bacio alla figlia ed usciva dalla ‘capanna’.
La piccola Beatrice, durante quell’assenza, era affidata a Maria, un’anziana donna la cui unica figlia era riuscita a fuggire in America e che aveva trovato, in Anna, una nuova figlia.
Beatrice riusciva a mitigare, in qualche modo, la fame perché la madre, di nascosto dalle altre compagne di sventura, le faceva mangiare del cioccolato o qualche biscotto, ed a volte anche della carne, non importa se fredda. Erano i resti delle cene degli ufficiali alle quali, loro giovani donne, erano chiamate per rallegrare la serata.
La Kapò del piccolo gruppo, Nicole, una giovane donna che, senza tanti sentimentalismi, aveva svelato ad Anna che mai si sarebbe lasciata schiacciare da loro, una sera convinse Anna a condurre con sé la bambina: Beatrice avrebbe potuto mangiare a sazietà; anche se c’era festa, quella sera loro donne non sarebbero state costrette a finire nel letto di qualche ufficiale!
Nicole aveva captato che stava per accadere qualcosa di particolare e subito dopo cena il comando militare, al completo, doveva incontrarsi nella sala riunioni; doveva trattarsi di qualcosa di molto urgente se la riunione non poteva essere rimandata all’indomani!
Anna era a conoscenza, come forse un po’ tutte nella capanna, della relazione di Nicole con il tenente Von Meyer, sapeva anche quanto Nicole subisse quella relazione ma, la giovane le aveva confidato che era preferibile avere un rapporto sempre con lo stesso uomo piuttosto che dover saltare da un letto all’altro. Anna aveva annuito e non aveva mai giudicato male la giovane se, proprio il suo opportunismo, le dava la possibilità di godere di qualche atteggiamento di favore. Rassicurata dalle parole di Nicole, che ci sarebbe stata soltanto una cena tranquilla, Anna, pur se un po’ controvoglia, aveva condotto Beatrice con sé.
Gli uomini del comando avevano mangiato e bevuto in un clima di euforia che ad Anna era sembrato innaturale.
Uno di loro aveva iniziato a palpeggiare una donna ma venne ripreso dal comandante: “Questa sera le signore puttane dormiranno in pace!”.
Tutti gli uomini avevano riso in maniera sguaiata mentre ogni donna, nel proprio intimo, aveva tirato un sospiro di sollievo.

   Quella sera era presente un ufficiale che le donne vedevano per la prima volta; le diverse stellette indicavano il suo grado elevato. Trasudava per la sua grassezza ed aveva bevuto più che mangiato; verso la fine della cena aveva chiesto, più di una volta, notizie sulla bambina, poi aveva detto all’ufficiale seduto alla sua destra:
“Diventerà più bella di sua madre, peccato lasciarla a qualche allocco!”.
Aveva chiamato Beatrice, offrendole del cioccolato; la bambina non voleva andare ma, sotto la spinta di Nicole, si era avvicinata all’uomo. Questi, prima le aveva offerto il cioccolato, poi mentre le carezzava il viso dicendole: “Come sei bella!”, aveva iniziato a toccarla sulle braccia coperte e quindi sulle gambe.
Beatrice aveva cominciato a chiamare la madre, prima debolmente, impaurita da quell’uomo così grosso, poi a voce più forte perché l’uomo era diventato insistente, nonostante lei tentasse di liberarsi da quelle mani che la tenevano prigioniera mentre cercavano di insinuarsi dentro i pantaloncini, sotto la maglietta. Nessuno degli ufficiali si sentiva in grado di riprendere quell’uomo a loro superiore ed Anna accorse:
“No, no, lei no!”.
Con i suoi deboli pugni voleva colpire quell’uomo. Qualcuno degli ufficiali iniziò a ridere di fronte a quel tentativo; il grassone, tenendo sempre stretta a sé la bambina, diede uno spintone ad Anna: “Va via puttana ebrea!”.   Anna cadde sbattendo lo stomaco e la faccia sul duro tavolo apparecchiato.
Beatrice svenne!
Rinvenne sul proprio giaciglio, nella capanna; si vide circondata dalle facce sgomente delle tante donne; chiamò la madre e qualcuno le rispose che la madre non stava bene.
Tutte erano a conoscenza di quanto era accaduto alla sala mensa. Beatrice, invece, sembrava non rendersi conto di nulla: avvertiva attorno a sé mormorii ed agitazione ma forse era troppo piccola per poter capire!
Quasi non riconobbe la madre in quella donna sfigurata che giaceva sul letto dell’infermeria: il medico aveva dovuto estirparle alcuni denti che le si erano conficcati nel palato quando, sbattendo sul tavolo, aveva subito lo spostamento della mandibola destra. Pietosamente, quel medico aveva anche tentato di arrestare un’emorragia interna, ma disponeva di medicine molto limitate ed inadeguate al suo male.
Anna, ormai incapace di parlare, con lo sguardo, affidò la figlia a Maria e l’anziana donna la rassicurò che non l’avrebbe mai lasciata un momento da sola: così durante il giorno con mille modi, la teneva vicina e la sera dormivano nello stesso letto. Quando, durante il giorno, vedeva che la bimba era assorta in pensieri lontani e tristi, specialmente dopo aver fatto visita alla povera madre, Maria le raccomandava:
“Non aver paura, tu non pensare a nulla e conta: uno, due, tre… e vedrai che i tristi ricordi andranno via!”.

   Anna morì tre giorni dopo, angosciata, più che dalle sofferenze, dal pensiero per la piccola figlia che sarebbe rimasta sola. Quello stesso giorno nel campo, giunsero gli Alleati per liberare ciò che era rimasto di quelle povere vite: il sole faceva risplendere d’azzurro il cielo e sembrava dare nuovi colori alla natura intorno ma nessuna, tra quelle donne, riuscì a godere per quella insperata liberazione mentre si recavano a dare l’ultimo saluto alla sfortunata Anna.
Beatrice andò via con la visione della povera madre martoriata ed ora sepolta sotto un’anonima croce di legno.
La piccola fu distaccata da Maria, nonostante questa avesse tentato di condurla con sé, e non la rivide mai più; di lei rimase il ricordo di quell’abbraccio materno al momento del saluto e quel consiglio: “Quando hai paura non pensare, conta, conta, e dimentica quello che è accaduto, dimenticalo!”.
Poi, come tanti altri bambini che la guerra aveva reso orfani, Beatrice fu accolta in un collegio di Suore Educatrici.
Nel suo lettino, la sera, quando i fantasmi sembravano voler forzare la sua memoria con il peso dei loro ricordi, Beatrice piangeva e contava e contando si addormentava.
Col tempo quei fantasmi non diedero più fastidio alla piccola che riuscì a seppellirli con la forza del presente vissuto quotidianamente, dove i ricordi non hanno modo di trovare posto; sarebbero rimasti per sempre sepolti senza quel grido angosciato di Luisa: “Aiuto, Madre, aiuto!”.

^ ^ ^ ^ ^

   Lo svenimento aveva salvato Madre Letizia, come l’aveva salvata da piccola, evitandole di vivere da protagonista quella situazione dolorosa.
Nei giorni che seguirono all’accaduto Madre Letizia fu oggetto di molte dimostrazioni di affetto sia da parte delle consorelle che dalle allieve.
Il trambusto per i controlli medici, i colloqui con la polizia, il via vai di chi voleva starle vicino, tutto questo sembrava giustificare il mutato comportamento della suora, divenuta, quasi improvvisamente, triste e pensierosa; sembrava che sul suo volto, sempre sereno e luminoso perché rifletteva la sua pace interiore, fosse calata un’ombra grigia che rendeva la sua pelle opaca e le faceva formare due pieghe attorno alla bocca.
Da questo, le altre capivano che qualcosa era mutato in Suor Letizia.   L’elettrocardiogramma ed un telecuore rivelarono che le condizioni del cuore della suora, anche se ancora giovane di età, richiedevano particolari cure ed attenzioni; al medico sembrava come se in quel cuore, dopo aver subito un brutto attacco in epoca passata,  la recente forte emozione avesse risvegliato un qualcosa che il cuore ingrossato aveva tenuto nascosto e che ora aggravava la situazione.
Madre Letizia fu costretta al riposo; la vita di istituto rientrò nella normalità e lei, trascorrendo molto tempo da sola, ebbe modo di rivedere in se stessa il perché della sua vita presente. In particolare le tornava alla mente una domanda rivoltale, spesso, dalla Madre responsabile delle novizie:
“Perché vuoi diventare suora? Forse ti senti sola? Non hai una famiglia? Rifletti bene, potresti formare una tua famiglia!”.
Ma  la giovane novizia aveva sempre risposto, invariabilmente, che quel tipo di vita non l’attirava perché trovava la propria completezza soltanto nella preghiera e, del resto, era convinta che solo da suora avrebbe potuto dedicarsi alla gioventù.
Ma adesso si scopriva bugiarda e, quel che era peggio, le sembrava di occupare in quella comunità un posto che aveva scelto per proprio comodo, per fuggire dalla vita fuori da quelle mura.
Finalmente, un giorno, trovò il coraggio di aprire il proprio cuore alla Madre Superiora; loro suore amavano accoccolarsi attorno alla Superiora quando scherzavano e lei le riprendeva amorevolmente: “Fate come i bambini!” e le suore rispondevano: “Ma noi siamo bambine, bambine nello spirito!”.
Così, Madre Letizia, seduta a terra, ai piedi della Superiora aprì il proprio cuore raccontando i drammi passati e le lotte recenti.
La Superiora temette di vedere annegare la povera suora in quel mare di dolore e tentò di recarle un po’ di sollievo spirituale anche nei giorni successivi, ma non poté nulla contro la decisione di Madre Letizia di voler tornare nel mondo.
“Forse vuoi sposarti, avere un affetto tutto tuo?”, domandò la Superiora preoccupata per la decisione presa dalla consorella ma, nel contempo, decisa a non ostacolarla.
“No, Madre, io so che tutti i giorni piangerò per essere andata via, perché questa è la mia casa!”.
“Allora, perché vuoi andare?”.
“Devo ritrovare me stessa, il mio passato, il perché della mia consacrazione a Dio!”.
“E dopo?” chiese la Superiora quasi avesse voluto tessere attorno alla suora un filo tenue, in grado però di trattenerla.
“Non so, Madre”, rispose Suor Letizia guardando a terra, poi alzò lentamente lo sguardo e fissò la Superiora con gli occhi calmi anche se velati dalla tristezza, “ma se i ricordi dolorosi del vecchio passato mi stanno portando fuori, spero che i ricordi felici del mio passato più recente mi riconducano qui, perché Beatrice possa continuare a vivere in Suor Letizia!”.

 

Orlando nella poesia del Rinascimento

Le mie amiche Claudia ed Elena mi hanno chiesto di parlare brevemente dell’”Orlando furioso”, addirittura mi hanno posto il limite di tremila caratteri. Farò del mio meglio, ma per quanto riguarda i tremila caratteri non posso promettere nulla, perché sono veramente pochi per presentare un’opera vasta e importante qual è il poema dell’Ariosto. Inoltre per parlare dell’Orlando furioso devo necessariamente fare degli accenni all’Orlando innamorato del Boiardo, del quale il Furioso rappresenta la continuazione. Continua »

Gli amici dei miei amici

 Gli amici dei miei amici sono creature dolcissime e simpaticissime; sono gli animali allevati con cura e affetto da Kathy di Bolognetta (PA), Nina di Assoro (EN), Sylviane di Parigi, Elena di Torino, Mariù di Milano, Claudia di Avellino, Jerry di Vancouver (Canada) e Coluccio della Provenza.
Simpatici o curiosi sono i loro nomi. Kathy ha una tartarughina chiamata Sebastian, Nina ha un barboncino di nome Vicky. In casa di Sylviane ci sono un gattino e una gatta rispettivamente chiamati  Nemo e Maya. Il cane di Jerry  è uno Yorkshire Terrier che si chiama Rocky, mentre Elena ha una bassottina chiamata Asja
e Coluccio ha un cagnolino di nome Virus. I due gatti di Claudia sono Fuffi e Casalingo.
Mariù possiede dei pesciolini rossi, che non hanno nome. Ve li immaginate i pesciolini rossi con i nomi propri? Non si è mai sentito. Neanche i pappagallini di Kathy hanno i nomi; io, almeno, non li conosco.
Vi presento questa galleria di graziosi animali con la certezza
che vi farà piacere conoscerli e ammirarli.

 Elenco delle fotografie:

1) Maya, la gatta di Sylviane
2) Nemo, il gattino di Sylviane
3) Vicky, il cagnolino di Nina
4) Sebastian, la tartaruga di Kathy
5) I pappagallini di Kathy
6)  Asja, la cagnetta di Elena 
7) I pesciolini di Mariù
8) Rocky, il cane di Jerry
9) Fuffi e Casalingo, i gatti di Claudia
10) Virus, il cagnolino di Coluccio       

Maya di Sylviane

Nemo di SylvianeVicky, il cane di NinaSebastian di Kathy

I pappagallini di Kathy

Asja di Elena

I pesciolini rossi di Mariù

 

 Rocky, il cane di Jerry

I gatti di Claudia

 

Virus, il cane di Coluccio

I capperi di messer Ludovico

Tiziano, ritratto dell'Ariosto

Tiziano: ritratto di Ludovico Ariosto
 

Era chiamato messer Ludovico, presso la corte di Ferrara, il  poeta Ludovico Ariosto, autore di quella grande opera di poesia epico-cavalleresca che è l’ “Orlando furioso”. In essa l’Ariosto, con vivacissima e inesauribile immaginazione, crea un mondo fantastico, nel quale occupano un posto di rilievo le vicende del paladino Orlando, diventato pazzo dopo la fuga della bella Angelica, da lui molto amata. Continua »

AUGURI A TUTTI GLI AMICI DI ALBATROS

Cari amici, faccio tanti auguri a voi e alle vostre famiglie per un sereno Natale e un meraviglioso Anno 2010.

Colgo l’occasione per farvi leggere una bella poesia di Salvatore Equizzi, che si adatta perfettamente al periodo nel quale ci troviamo. E’ tratta dalla raccolta La civata ed é’ scritta in siciliano. Per chi non ha dimestichezza con questo dialetto aggiungo la traduzione in lingua italiana fatta da Giancarlo Equizzi, nipote dell’autore. 

Albatros si concederà un periodo di riposo durante le prossime feste, quindi ci rivedremo all’inizio del nuovo anno.  A presto. Simone

NATALI

Tuttu è biancura, fridda è la nuttata

ma mai lu celu fu tantu vicinu,

cadi la nivi modda e spinsirata

e chiovi celu, chiovi gersuminu:

La terra si lu cogghi e si nn’appara,

certu pi na gran festa si pripara.

 

L’arvuli nudi nni la fridda terra

avviluti di centu furturati

quantu cchiù ponnu spincinu di ‘nterra

li vrazza ‘mpuviruti e assiccumati

e cc’è nni dd’attu na muta prijera,

l’anima ansiusa di cu soffri e spera.

 

E speranu li ciumi chianciulini

spersi, cunfusi, ‘ngramagghiati e stanchi,

speranu li muntagni sularini

vecchi pinsusi cu li testi bianchi,

spera la terra ca si puru ciata

sutta d’un mantu friddu è vurricata.

 

Ma eccu un primu toccu di campana

vola dicennu: E’ natu lu Missia!

navutru toccu curri, s’alluntana,

e in ogni cori ‘mpinci e tuppulia,

po’ nautri centu e l’ariu chinu chinu

murmura è festa! E’ natu lu Bamminu.

 

Lu sentinu dda ‘nfunnu li pastura

nta sonnu e vigghia, e cridinu sunnari

pirchì cci agghiorna nni la notti scura

e stralunati ‘un sannu a chi pinsari;

po’ currinu a sdrirrutta nni ddu locu

unni una grutta pari tutta un focu.

 

E trovanu, miraculu divinu,

dintra na fridda e nuda manciatura,

vicinu di la matri lu Bamminu

ntra un ghiocu d’occhi ca tuttu ‘nnamura

e dintra a l’occhi beddi di Maria,

cc’è tuttu l’universu ca firria.

 

E’ festa è festa! Unn’era tramuntana

già fici occhiu l’arba di l’amuri,

nescinu l’armaluzzi di la tana

e li spiranzi pigghianu culuri.

La nivi squagghia cadi a stizza a stizza,

si strudi ‘nchiantu pi la cuntintizza.

 

Traduzione:

NATALE

 Tutto è candore, gelida è la notte

ma mai il cielo fu tanto vicino,

cade la neve a fiocchi dolcemente

e piove cielo, piove gelsomino:

la terra lo raccoglie e si fa bella

certo per una gran festa si prepara.

 

Gli alberi spogli nella fredda terra

tormentati da cento fortunali

quanto più possono spingono verso il cielo

i rami senza foglie e rinsecchiti

e c’è in quell’atto una muta preghiera

dell’ansia di chi soffre e spera.

 

E sperano i fiumi piangenti

smarriti, confusi, mesti e stanchi

sperano le montagne solitarie

come vecchi pensosi con le teste bianche

spera la terra che, seppure  respira,

é sepolta sotto un manto di neve

 

Ma ecco un primo rintocco di campana

che annuncia che è nato il Messia!

Un altro rintocco in lontananza

 e in ogni cuore giunge e bussa

poi altri cento e l’aria piene piena

mormora: E’ festa. E’ nato il bambino.

 

Le sentono in lontananza i pastori

fra sonno e veglia, credono di sognare

perché fa giorno nella notte scura

attoniti non sanno a cosa pensare

e poi corrono velocemente in quel luogo

dove una grotta sembra tutta un fuoco

 

E trovano miracolo divino

dentro quella fredda povera mangiatoia

vicino alla madre, il bambino

in un gioco d’occhi che tutto innamora

e dentro gli occhi belli di Maria

ruota tutto l’Universo.

 

E’ festa è festa! Dove tramontava il sole

è sorta l’alba dell’amore

escono gli animaletti dalle tane

e le speranze prendono colore

La neve si scioglie lentamente

e si consuma in pianto per la gioia.