Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

Le splendide nuvole di Sylviane

I lettori di Albatros alcuni mesi addietro hanno potuto ammirare alcuni lavori ad acquerello e a matita di Sylviane Greco, una mia amica di origini siciliane, ma nata in Francia e residente a Parigi.
Sylviane ha pure una grande passione per la fotografia, che le consente di realizzare bellissime immagini.  Fra le tante che mi ha mandato in visione ho scelto quelle che s’ispirano alle nuvole perché, minacciose o delicate, queste nuvole di Sylviane sono sempre piene di fascino.
Il tema delle nuvole é il filo conduttore che collega tutte le fotografie,  ma queste immagini non contano soltanto per la bellezza del cielo; infatti mostrano meravigliosi paesaggi e importanti monumenti, ripresi con sensibilità e capacità notevoli. 


ELENCO DELLE FOTOGRAFIE
 

   1) Charentes 
  2) Capanna di pescatori a Fouras 
  3) Candes St Martin sur la Loire-Vienne
  4) Parigi, la Torre Eiffel
  5) I covoni
  
6) Ponte sulla Loira a Saumur
  7)  L’inverno
  8)  Il Tempio di Segesta
  9) Tramonto a Charentes

10)  Paesaggio
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Il Cavalier Marino e la poetica della meraviglia

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Nel ‘600 si diffonde in Italia un nuova concezione della poesia, denominata Marinismo dal nome del suo ideatore, Giambattista Marino. Il Marino, spesso chiamato dai contemporanei e dai posteri Cavalier Marino, non concepisce la poesia come manifestazione del sentimento, ma come frutto di virtuosismi verbali, di espressioni sorprendenti. Secondo lui  “è del poeta il fin la meraviglia. Dico dell’eccellente e non del goffo. Chi non sa far stupir vada alla striglia.” La poesia, dunque, non deve emozionare o commuovere, ma deve meravigliare per l’originalità delle immagini, per i sorprendenti giochi di parole, per le ardite metafore. La metafora è un parlare figurato con il quale per indicare un soggetto ne se indica un altro che con quello abbia analogia.¼br> Il Marino ritiene che la meraviglia si raggiunga con espressioni eccellenti, non banali o ridicole. Se un poeta non sa raggiungere queste vette può andarsene a strigliare cavalli, cioé a fare il garzone nelle stalle, perché la poesia, quel genere di poesia, non fa per lui.
Giambattista Marino ebbe tanti seguaci. Cito per tutti il siciliano Giuseppe Artale. Questi descrive la Maddalena che piange ai piedi di Cristo e asciuga le lacrime con i suoi lunghi capelli. Per presentare quella scena il poeta dice così: “Bagnar coi soli ed asciugar co’ fiumi” sorprendendo per l’inattesa inversione dei ruoli: i soli (gli occhi) bagnano e i fiumi (i capelli) asciugano.
L’elogio della rosa é uno dei componimenti più celebri del Marino e appartiene al vastissimo poema “Adone”, in cui l’autore racconta gli amori di Venere e Adone. La dea Venere conobbe casualmente questo bellissimo giovane, perché era stata punta da un cespuglio di rose sul quale aveva messo incautamente il piede. Le rose erano bianche, ma da quel momento, in ricordo del sangue di Venere, saranno rosse. Per lavare la ferita la dea si reca ad una vicina fonte, nei pressi della quale c’é Adone addormentato. Venere, conquistata dalla bellezza del giovane, se ne innamora e, mentre si allontana, passando accanto al cespuglio, vuole ringraziare la rosa che, pungendola, le ha fatto trovare l’amore. “Fatal cagione dei miei felici affanni” la definisce e già questa é un’espressione che lascia stupiti perché gli affanni non sono felici, ma Venere considera tali quelli amorosi. Leggiamo le parole che la dea della bellezza rivolge alla rosa:

Sàlviti il Ciel da tutti oltraggi e danni,
fatal cagion dei miei felici affanni.
Rosa, riso d’amor, del ciel fattura,
Rosa del sangue mio fatta vermiglia,
Pregio del mondo e fregio di natura…
Porpora de’ giardin, pompa de’ prati,
Gemma di primavera, occhio d’aprile…
Non superbisca ambizioso il sole
Di trionfar fra le minori stelle,
Chè ancor tu fra i ligustri e le viole
Scopri le pompe tue superbe e belle.
Tu sei con tue bellezze uniche e sole
Splendor di queste piagge, egli di quelle;
Egli nel cerchio suo, tu nel tuo stelo,
Tu sole in terra ed egli rosa in cielo.
E ben saran tra voi conformi voglie:
Di te fia ‘l sole, e tu del sole amante.
Ei delle insegne tue, de le tue spoglie
L’aurora vestirà nel suo levante.
Tu spiegherai ne’ crini e nelle foglie
La sua livrea dorata e fiammeggiante;
E per ritrarlo ed imitarlo a pieno,
porterai sempre un picciol sole in seno.
Traduzione nella lingua italiana di oggi:

Il Cielo ti protegga da da tutti gli oltraggi e i danni,
causa fatale dei miei felici affanni.
Rosa, riso d’amore, opera del Cielo,
pregio del mondo e ornamento della natura…
Porpora dei giardini, sfarzo dei prati,
gemma di primavera, occhio d’aprile…
Non insuperbisca orgoglioso il Sole
per il fatto che trionfa fra le stelle più piccole,
perché anche tu mostri fra ligustri e viole
la tua eleganza superba e bella
Tu con le tue bellezze uniche e sole
sei lo splendore di queste distese, egli è lo splendore di quelle celesti.
Egli sta nel suo cerchio, tu sul tuo stelo,
tu sei sole in terra ed egli è rosa in cielo.
Ed è giusto che abbiate gli stessi desideri:
il Sole innamorato di te, tu innamorata del Sole;
egli nel sorgere vestirà l’aurora con il tuo abito (rosso),
tu mostrerai nei petali e nelle foglie
la tua veste dorata e fiammeggiante (rossa e gialla).
E per imitarlo pienamente
tu porterai dentro di te un piccolo sole.

Alcune riflessioni su questi versi del Cavalier Marino. In essi, al di là delle espressioni argute o sorprendenti, non è dato trovare l’emozione, che sta alla base della poesia. Il Marino, in verità, aveva l’animo del poeta, come attestano alcune sue liriche, ma allo slancio creativo preferì la poetica della meraviglia.
Osserviamo nei versi del Marino una serie di espressioni curiose: cambi di vocale (rosa-riso), cambi d’iniziale (pregio-fregio); varie definizioni sorprendenti per designare la rosa: porpora dei giardini, pompa dei prati, gemma di primavera, occhio d’aprile. Ho già parlato dell’ossìmoro “felici affanni”, due concetti che non potrebbero essere accostati perché contrastanti.
Infine è da notare il confronto tra il sole e la rosa, che, innamorati l’uno dell’altra, finiscono per coincidere (chi l’avrebbe mai pensato?). Il sole tinge l’aurora del colore della rosa (rosso); la rosa ha nei petali e nelle foglie i colori del sole (rosso e giallo).
La conclusione lascia sbalorditi: la rosa porta in seno un piccolo sole. E’ chiaro il riferimento agli stami, che, come sappiamo, sono di colore giallo e formano all’interno dei petali un piccolo cerchio.

Per quanto riguarda la poetica della meraviglia, il Marino non solo ne fu l’deatore, ma anche il maestro insuperabile. Per l’afflato lirico, invece, lasciò alquanto a desiderare.

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Tiziano Vecellio: Venere e Adone

I diavoli dell’Inferno dantesco

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Vi sono nell’Inferno dantesco vari esseri demoniaci (altrimenti che inferno sarebbe?). Una volta vi ho presentato Caronte, il traghettatore del fiume Acheronte (terzo canto), oggi vi parlerò dei diavoli che stanno a guardia dei barattieri, nella quinta bolgia dell’ottavo cerchio (canti XXI e XXII).
Commettevano reato di baratteria, al tempo di Dante, i responsabili degli uffici pubblici che si servivano del loro ruolo per trarne vantaggio personale. Oggi si potrebbe parlare di corruzione, peculato o concussione. Ricordo, a questo proposito, che Dante fu mandato in esilio dai suoi avversari politici con questa infamante, ma immeritata accusa.
L’Inferno, secondo Dante, ha la forma di un imbuto, che arriva, con la parte più stretta, al centro della terra. E’ diviso in nove cerchi degradanti nei quali sono condannate, al caldo o al freddo, le anime di quanti al momento della morte non erano in grazia di Dio. L’ottavo cerchio è costituito da dieci fossati concentrici, chiamati bolge, cioè borse, perché dentro vi sono racchiusi dei dannati. Questi sulla terra peccarono facendo uso dell’intelligenza, con la quale Dio ha distinto gli uomini da tutte le altre creature e li ha avvicinati a se stesso e agli angeli. Considerato questo privilegio, gli uomini hanno il dovere di servirsi della loro intelligenza per fare il bene. Chi la usa per il male commette peccato gravissimo e, se non si é pentito prima di morire, finisce, secondo la fantasia di Dante, in una delle zone più basse dell’Inferno.
Sulle bolge passano dei ponti, ad eccezione di quello crollato per il terremoto che scosse il mondo alla morte di Gesù Cristo. Mentre i due poeti camminano sul ponte sovrastante la quinta bolgia, arriva velocemente un diavolo che regge un dannato; egli, sporgendosi verso il fossato, lo scaraventa in un lago di pece bollente, dove già si trovano altre anime. Queste sono costrette a stare immerse perché, se tentano di salire in superficie, i diavoli, custodi di quel luogo, con ferri uncinati li costringono a tornare sotto.
Virgilio invita Dante a restare nascosto finché non avrà esposto ai demoni la loro condizione ; poi
avanza verso quegli esseri mostruosi, che gli si fanno incontro inferociti e armati di  grossi uncini. Virgilio chiede di parlare con il capo e tutti fanno il nome di Malacoda. A quel diavolo Virgilio spiega che sta attraversando l’Inferno insieme a Dante per volontà di Dio, quindi non può impedire il loro passaggio. Con parole diverse ripete quello che ha già detto a Caronte e ottiene il permesso di passare. Poiché la strada è difficoltosa, dal momento che non c’é il ponte, il capo dei demoni li fa accompagnare da un gruppo dei suoi, che stanno andando a controllare altre anime immerse nella pece.
A questo punto la scena assume alcunché di militaresco e di farsesco al tempo stesso perché il capo chiama per nome i suoi… collaboratori e li inquadra come si fa con i soldati. Quanto mai curiosi sono i loro nomi. Il capo, lo abbiamo sentito, è Malacoda. Altri nomi significativi sono: Cagnazzo, Barbariccia, Draghignazzo, Ciriatto sannuto (con le zanne), Graffiacane, Farfarello (folletto) e Rubicante pazzo (di colore rosso, senza dubbio per il suo carattere). Capo della decina viene nominato Barbariccia.
Al termine di questa operazione la pattuglia dei demoni è pronta a partire, tutti aspettano solo l’ordine del loro capo in un curioso atteggiamento: stanno con la lingua stretta fra i denti pronti a fare una pernacchia. E Barbariccia fa un rumore ancora più sconcio, ossia un peto. “Ed egli – dice Dante – avea del cul fatto trombetta”. Quello è  per i demoni l’ordine che aspettavano.
Volgari questi diavoli? Direi proprio di sì. D’altra parte da esseri simili quali finezze ci potremmo aspettare?
Nel canto successivo si assiste ad una lite fra due di quei demoni, che si artigliano l’un l’altro ed entrambi finiscono dentro la pece bollente con un effetto indubbiamente comico. Della circostanza approfittano Dante e Virgilio per allontanarsi da quella compagnia, che non era per loro molto rassicurante!
Quando i diavoli si accorgono della loro fuga, con le ali spiegate cercano di raggiungerli, ma ormai é troppo tardi perché, per la legge dell’Oltretomba, non possono andare nella bolgia successiva, dove i due poeti entrano precipitosamente. E’ chiaro che i diavoli si ripromettevano di far loro del male, ma, per fortuna di  Dante e Virgilio, il loro piano é fallito.
Dunque conclusione di questo episodio al cardiopalmo! Immaginate che cosa significhi essere inseguiti da demoni inferociti in un paesaggio semibuio, impervio e desolato qual é quello dell’inferno?
Una volta ho parlato del Dolce stil novo e della poesia comico-realistica. Dante, vissuto nell’epoca e nei luoghi in cui queste due correnti poetiche si svilupparono, secondo i casi s’ispira all’una o all’altra. C’è tanto del Dolce stil novo nella presentazione di Beatrice e c’è tanta poesia comico-realistica nell’episodio dei demoni, che sono turpi, cattivi, volgari e soprattutto ridicoli. La presentazione che ne fa Dante è, infatti, caricaturale. 

La saggezza di Socrate

socrate.jpgCHI ERA SOCRATE
E’ una bellissima figura quella del filosofo greco Socrate, uno dei più antichi pensatori. Figlio di uno scultore e di un’ostetrica, nacque e visse ad Atene nel quinto secolo avanti Cristo.
Aveva carattere aperto e gioviale, vivace intelligenza, capacità di profondi ragionamenti. Amava l’ironia, nonché le parole scherzose e sarcastiche, era un buon conversatore e un acuto osservatore dei costumi degli uomini, sempre proteso, nelle sue disquisizioni, alla ricerca del bene comune o individuale. Era brutto e trascurato nella persona, in compenso mostrava nelle conversazioni una non comune ricchezza spirituale ed intellettuale con argomentazioni avvincenti e parole piene di fascino. Un suo discepolo, Platone, lo paragonò ad uno di quei tabernacoli ai quali i greci davano aspetto di mostri, ma dentro racchiudevano la divinità.
Era spesso circondato da giovani desiderosi di apprendere le verità ch’egli insegnava. S’incontravano nelle piazze, al mercato, sotto i portici, nelle botteghe oppure nei  simposi. La parola simposio in greco significa bere insieme; con essa s’indicava la riunione di un gruppo di uomini che amavano conversare per ore bevendo vino fortemente annacquato per non ubriacarsi. Le donne erano rigorosamente escluse da quegli incontri.
Socrate non scrisse alcuna opera perché preferiva esprimere il suo pensiero conversando. Era convinto, infatti, che la parola parlata é più chiara e convincente di quella scritta. Il suo insegnamento ci è stato tramandato attraverso le opere del filosofo Platone, mentre tante sue espressioni significative ci sono arrivate per merito di un altro suo discepolo, lo storico Senofonte.

IL SUO INSEGNAMENTO
Che cosa insegnava Socrate ai suoi discepoli? Egli principalmente li educava a cercare la verità distinguendola da ciò che è falso, quindi a riconoscere l’ipocrisia, la menzogna sia nei rapporti privati che nella vita pubblica, anche e soprattutto nella politica.
A Socrate si attribuisce il merito di avere insegnato ad elaborare dei concetti, che, a differenza delle opinioni (soggettive), hanno carattere di universalità. Chiedeva ai suoi discepoli: “Che cos’è un vaso?” Ognuno rispondeva sulla base delle sue esperienze personali dicendo che il vaso è quell’oggetto che fa il vasaio, oppure quell’oggetto che si tiene in cucina, ecc., ma il concetto di vaso deve tenere conto dell’essenziale: il vaso è un recipiente. Questa definizione vale per tutti i vasi, quindi è universale. Analogo discorso di può fare per tutto quello che esiste e anche per i concetti astratti, quali politica, morale, ecc.

IL SUO METODO
Qual era il metodo d’insegnamento seguito da Socrate? Egli sosteneva che la verità sta dentro di noi, ma dobbiamo imparare a trovarla. Forte di questa convinzione, aiutava i suoi discepoli a tirar fuori dalla loro mente la verità con un metodo chiamato “maieùtica”, ch’é l’arte della levatrice. Come l’ostetrica aiuta le partorienti a portare alla luce il loro bambino Socrate aiuta i giovani a “partorire” la verità, ch’essi possiedono. Egli sosteneva di avere elaborato questo metodo pensando al lavoro di sua madre, che, come ho detto, era ostetrica.
Socrate, dunque, su un determinato argomento (la libertà, l’amore, la politica, ecc.) non presentava delle verità già elaborate, ma poneva ai giovani delle domande fingendosi ignorante e quando le risposte erano sbagliate li invitava a riflettere ancora, ricorrendo, se necessario, alla sua proverbiale ironia. Essi, pertanto, attraverso vari tentativi trovavano nella loro mente la verità che Socrate voleva conoscere.
Quello che ho appena detto mi richiama alla memoria due celebri espressioni di quel grande filosofo. La prima è questa: “Gnoti seautòn”. Diceva così ai suoi discepoli ripetendo le parole scritte nel tempio di Delfi, che significano: conosci te stesso, abituati a guardarti dentro, perché, quando avrai conosciuto te stesso, conoscerai anche gli altri, dal momento che tutti abbiamo in comune la nostra umanità. L’altra sua famosa espressione è questa: ”Una sola cosa so, di non sapere niente”. Che significa? Egli, facendo delle domande su un determinato argomento, fingeva di non conoscere le risposte per averle dai discepoli; in secondo luogo invitava all’umiltà, a non pretendere di conoscere la verità prima di avere riflettuto per scoprirla.
Socrate era l’immagine della serenità. Un giorno un tale l’offese ed egli non reagì. Un discepolo ne rimase meravigliato e Socrate senza scomporsi gli disse: “Ti sentiresti di trattare male uno storpio solo perché è storpio? Quello che mi ha offeso è storpio nella mente.” Un altro gli disse che sembrava uno stupido e Socrate gli rispose: “Io sembro uno stupido, ma tu lo sei veramente!”

LA SUA FINE
Al tempo di Socrate Atene, dopo un periodo di tirannide, era tornata alla democrazia, nella quale predominavano i conservatori, ostili ad ogni innovazione. Essi guardavano male quel filosofo per il suo metodo fortemente innovativo e per i suoi strali contro il malcostume politico. Per eliminare questo scomodo personaggio lo accusarono di empietà e di corruzione della gioventù. L’empietà è una grave offesa arrecata alla religione. Questa accusa nasceva dal fatto che Socrate più volte aveva affermato di essere spinto a cercare la verità da una forza interiore, un demone, che lo induceva a riflettere per agire in modo giusto. La corruzione della gioventù è il male che si può fare, con parole o azioni sbagliate, a chi si trova nella delicata fase della sua formazione. Chi lo stimava aveva la certezza che Socrate dava ai giovani soltanto buoni ammaestramenti.
Con queste accuse quell’uomo giusto fu arrestato e processato. Invitato dai giudici ad abbandonare il suo insegnamento se voleva salvarsi, rispose che preferiva la morte ad una vita trascorsa senza poter conversare con i suoi discepoli. Pertanto fu condannato a bere la cicuta, un potente veleno che dà la morte addormentando lentamente il corpo a cominciare dai piedi.
Al termine del processo un discepolo gli disse: “Socrate, ti hanno condannato ingiustamente.” E Socrate: “Avresti preferito vedermi condannato giustamente?”
I suoi amici cercarono inutilmente di salvargli la vita corrompendo un custode, che per soldi era disposto a farlo fuggire. Socrate non acconsentì perché era fermamente convinto che si deve fare di tutto perché siano cambiate le leggi ingiuste, ma fino a quando sono in vigore vanno rispettate.
Quando giunse il momento della fine, circondato dai discepoli, che lo veneravano per la sua saggezza e per il suo comportamento, prese in mano la ciotola con la cicuta e bevve quel veleno fino all’ultima goccia. Dopo rimase a conversare finché ebbe fiato con i suoi discepoli in lacrime sull’immortalità dell’anima.
1socrate1.jpg                                       La morte di Socrate di Jacques-Louis David

Il Petrarca fra Medio Evo ed Età moderna

Affascinato da altri argomenti, ho trascurato per qualche mese la letteratura italiana. Mi pare giusto, pertanto, ritornare ad essa per completare il discorso sul Petrarca. L’argomento di oggi è alquanto complesso, ma cercherò di renderlo facile, nei limiti del possibile.
Il Petrarca visse nel secolo XIV, ossia nel Trecento, un’età di passaggio fra il Medio Evo e l’Età moderna. Nacque ad Arezzo nel 1304 da un notaio fiorentino esiliato dalla sua città perché, come Dante, parteggiava per i Guelfi bianchi. Quand’era ancora bambino seguì la sua famiglia in Francia, per la precisione ad Avignone, in Provenza, in quanto il padre aveva trovato lavoro presso la sede papale, da poco trasferita in quella città.avignon.bmp

La città di Avignone

Nella Provenza il Petrarca iniziò i suoi studi, che poi continuò in Italia. Viaggiò parecchio attraverso l’Europa e fu innamorato della cultura classica. Per assicurarsi un reddito prese gli ordini minori (cioè diventò diacono) e ottenne dalla potente famiglia Colonna, con la quale fu in buoni rapporti, un grosso beneficio ecclesiastico (ho parlato di questi benefici a proposito di Abelardo). Quando la sua fama di studioso e di scrittore si diffuse frequentò molte corti invitato da signori che, onorati dalla sua presenza, lo ricompensavano lautamente.
Il Petrarca alternò la vita nelle grandi città con quella, più tranquilla e riposante, nelle piccole località appartate, come Valchiusa presso Avignone e Arquà presso Padova.
Amò per tutta la vita, di amore non corrisposto, Laura, la donna incontrata in una chiesa di Avignone il Venerdì santo del 1327 e morta ancor giovane nel 1348. Cantò Laura, in vita e in morte, nelle Rime.
Per la sua attività di studioso e di poeta ricevette a Roma, sul Campidoglio, la corona d’alloro, che si concedeva ai grandi uomini.
Morì al culmine della gloria nel 1374, all’età di settant’anni.
Ho detto all’inizio che il Petrarca vive in un periodo di transizione fra due grandi epoche storiche, il Medio Evo e l’Età moderna.
Il Medio Evo, che segue l’Evo antico, per convenzione fra gli storici inizia con la caduta dell’Impero romano d’Occidente (nel quinto secolo dopo Cristo) e arriva alla vigilia della scoperta dell’America (alla fine del secolo quindicesimo). Sono tanti gli aspetti che lo distinguono dalle altre epoche storiche, ma per l’argomento che sto illustrando interessa metterne in evidenza la forte religiosità cristiana, alla quale si deve un diffuso terrore del peccato. Questo induce tante persone a disprezzare i piaceri della vita e a vivere nel dubbio di non aver fatto quanto é necessario per affrontare, dopo la morte, il giudizio di Dio. Inoltre si tende a confrontare quanto é nel mondo, che non é duraturo, con Dio, che é eterno, per cui solo a Dio devono essere rivolti i pensieri e l’amore degli uomini.
Nel Medio Evo vengono anche detestati gli autori classici perché sono stati pagani. Ricordo che i classici sono gli autori  dell’antica Grecia e dell’antica Roma (poeti, storici, filosofi, giuristi, drammaturghi, ecc.).
Con l’avvento dell’Età moderna si passa, invece, ad un modo di vivere spiritualmente più libero, meno ossessionato dal senso del peccato. La religiosità cristiana persiste, ma si fa strada il convincimento che i piaceri terreni, nei limiti della moderazione, possono ben conciliarsi con la fede. Si diffondono, inoltre, gli studi dei classici, si dà notevole impulso ai viaggi di esplorazione, si manifesta uno straordinario fervore nelle attività commerciali e artigianali.

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Andrea del Castagno, Francesco Petrarca, Firenze, Galleria degli Uffizi

Francesco Petrarca, a causa della sua particolare sensibilità, a volte sembra appartenere al Medio Evo, altre volte all’Età moderna. Infatti, come gli uomini del Medio Evo avverte la precarietà di ciò che vi è nel mondo, soprattutto al confronto con Dio, che è eterno. A questo proposito cito, per tutte, una sua espressione del Canzoniere: “Ciò che piace al mondo è breve sogno”. Inoltre il poeta sente fortissimo il desiderio di essere un perfetto cristiano, umile, capace di rifiutare i beni e i piaceri terreni, fra i quali vi sono principalmente il desiderio di gloria e l’amore per Laura; invece non ci riesce perché quei sentimenti sono troppo forti. L’incapacità di diventare migliore è per lui causa di sofferenza, la quale conferisce ai suoi scritti più importanti un’aura di malinconia.
Più chiaramente che in altre opere si avverte questa sua condizione spirituale nel “Secretum”, un colloquio ideale con Sant’Agostino, il quale lo rimprovera per i suoi difetti, mentre il poeta ammette che difficilmente saprà redimersi. Ed ha ragione perché queste sue inquietudini spirituali lo accompagneranno per tutta la vita fra sensi di colpa da una parte e piaceri terreni dall’altra.
Come ho già detto, al Petrarca piacque moltissimo viaggiare. Visitò, infatti, varie parti dell’Europa, non per compiere pellegrinaggi, come facevano gli uomini del Medio Evo, ma allo scopo di conoscere luoghi interessanti per varie ragioni. Sotto questo punto di vista anticipò una tendenza che sarebbe stata molto diffusa nell’Età Moderna.
Moderno è anche il suo immenso amore per gli autori classici, che gli uomini del Medio Evo avevano visto come cattivi maestri. Invece i loro scritti in età moderna vengono considerati esemplari, validi come modelli da seguire per la forma e per il contenuto.
Seguendo l’esempio degli antichi il Petrarca scrisse in latino un ricchissimo epistolario e il poema  epico “Africa”. Dell’epistolario le parti più belle sono quelle in cui l’autore mette a nudo il suo animo presentandoci il travaglio interiore che gli toglie la pace. Nel poema “Africa” si prefigge di celebrare la grandezza di Roma attraverso le gesta di Scipione l’Africano. Egli da quest’opera si aspettava la gloria, che invece gli giunse dalle Rime per Laura, malgrado chiamasse quelle poesie “nugae” o “nugellae”, cioè sciocchezze, scritti di poco conto.
Perché il Petrarca riesce grande nel Canzoniere e non nel poema Africa? Perché egli é capace soltanto di esprimere il suo mondo interiore, come fa nel Canzoniere, dove la  poesia raggiunge altissime vette. Invece nel poema epico, presentando personaggi che hanno caratteri e comportamenti diversi dai suoi, mostra dei limiti. Riesce grande solo in quei versi che riecheggiano le sue condizioni spirituali, come nel cosiddetto “Lamento di magone morente”. Magone, fratello di Annibale, colpito a morte, sente tutta la vanità di ciò che è terreno. Proprio quello che abbiamo rilevato nella spiritualità del Petrarca.    

Ombra, penombra e riflesso

Cari amici, vi presento alcune mie fotografie fatte in condizioni di luce particolari: mostrano soggetti ripresi in controluce, in penombra oppure riflessi nell’acqua o allo specchio.
Il controluce e il riflesso hanno sempre molto fascino, ma non sono facili da realizzare, soprattutto il primo, perché si rischia di ottenere immagini poco nitide o addirittura molto scure. A me per fortuna non è successo, almeno nelle fotografie che vi mostro.


Ecco l’elenco delle fotografie:

 1)  Finestra a Samperi

 2)  Motopeschereccio in costruzione

 3)  Le grate di Santa Chiara

 4)  Fra i canali di Venezia

 5)  Festa a S. Maria di Gesù 

 6)  Il lampione di San Michele 

 7)  Penombra
 8)  Selinunte

9) Alle Cave di Cusa

10) I pappagallini di Kathy

11) L’albero di Natale

12) La chiesetta di San Vito fuori le mura

13) Riflessi sul Màzaro

14) L’Arco normanno riflesso nella fontana
15) Riflessi sul fiume Brenta

Buona visione. Sarò lieto se mi farete conoscere il vostro giudizio. 

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Il giornale di poesia “Pò t’ù cuntu!”

La testata del giornale

Quand’ero molto giovane scrivevo poesie. Mi viene la tentazione di dire, parafrasando un’espressione del Vangelo: Chi non ha scritto poesie scagli la prima pietra. Ne scrivevo in lingua e in dialetto siciliano. Poi l’ispirazione è venuta meno e non ho fatto niente per costringerla a ritornare, convinto che le forzature sono sempre brutte, soprattutto in poesia, attività spontanea per eccellenza.
Pubblicavo i miei versi dialettali sul giornale palermitano “Pò t’ù cuntu!”, che mi aveva fatto conoscere un amico falegname, poeta di vena fresca e immediata, capace d’improvvisare rime con estrema facilità. La sua bottega, dove volavano alla rinfusa trucioli e versi, era frequentata da altri poeti dialettali ed io, ch’ero il più giovane (avevo soltanto diciassette anni) partecipavo con piacere a quegli incontri.
Il giornale “Pò t’ù cuntu!”, un quindicinale costituito ora da quattro, ora da sei larghe pagine, pubblicava poesie e talvolta prose prevalentemente in dialetto siciliano. Il titolo completo era il seguente: “Pò t’ù cuntu! e (con carattere più piccolo) chiddu ch’un ti piaci ti lu canci” (Poi te lo racconto e quello che non ti piace te lo cambi). Sottotitolo: Quinnicinali poeticu, casalinu, sfacinnatu, murritusu (Quindicinale poetico, casalingo, sfaccendato, irrequieto). Seguiva una simpatica avvertenza: “I lavori non pubblicati sono reperibili presso i cascavaddara della città” (la direzione informava scherzosamente che i lavori non pubblicati potevano essere reperiti presso i venditori di formaggio, perché venivano ceduti a quei commercianti, che li avrebbero utilizzati per incartare la loro merce.
Questo quindicinale era diretto da Peppino Denaro, di Partanna Mondello, che aveva una forte passione per il mare e per la poesia. Infatti era navigante e brillante poeta, stimato e amato da tutti i suoi collaboratori. Egli lo diresse per una quarantina d’anni e vi pubblicò le sue poesie con lo pseudonimo di Turneddu; ma i poeti che si stringevano attorno al suo giornale preferivano chiamarlo, per affetto e riverenza, Patri Turneddu.
Un giorno, trovandomi a Palermo, pensai di andarlo a trovare. Gli avevo detto al telefono ch’ero un collaboratore di “Pò t’ù cuntu” e fui accolto da lui con molta gentilezza. Addirittura mi regalò due sue pubblicazioni con dedica: una raccolta di poesie dialettali intitolata “Scàccani” (risate scroscianti) e una raccolta di prose della quale non ricordo il titolo. Consideravo i libri di Peppino Denaro un dono prezioso, un cimelio, anche perché quell’uomo era un mito fra i poeti dialettali siciliani, ma ebbi la sfortuna di prestarli ad un amico (amico?), che purtroppo non me li restituì più. Oggi li rimpiango ancora.
Nel giornale di Peppino Denaro c’era anche uno spazio riservato alla Posta del Direttore, con la particolarità che le risposte venivano date rigorosamente in versi. Mi ricordo la risposta che diede ad un poeta il quale pretendeva che gli pubblicasse delle poesie senza abbonarsi al giornale. Gli disse così: “Siccome ccà, caru amico, nuddu è fissa, paghi le seggia e ti senti la missa” (Dal momento che qui, caro amico, nessuno è stupido, prima paghi la sedia e poi ascolti la Messa). E’ comprensibile questa richiesta di denaro perché il suo giornale si reggeva in vita con i soldi degli abbonamenti e delle copie vendute nelle edicole palermitane, nonché con le generose offerte dei numerosi amici.
Ad un poeta, le cui poesie non gli erano piaciute, il direttore rispose pure in versi, ma io ricordo solo il senso delle sue parole: Caro amico, i suoi versi erano sdruccioli e sdrucciolarono dentro il cestino.

Peppino Denaro per il suo giornale aveva inventato anche un curioso personaggio chiamato Cecé, un emigrato siciliano residente a Chicago, ma con il cuore e il pensiero sempre rivolti a Palermo, dove aveva lasciato sua moglie, l’adorata Ciolla. Le lettere che le scriveva erano sempre cariche di affetto, ma anche di espressioni scherzose. Una, in particolare, mi è rimasta in mente. Cecé sente il vivissimo desiderio di tornare da sua moglie e quindi scrive per lei questi versi:

Me ne fotto dell’onne aggitate
e dei mari ululanti ed infiti,
me ne torno ai miei patri liti
dove c’è Ciolla che mi aspetta.

Anche Ciolla era ispirata dalla Musa e componeva per il suo “caro amore elettrizzante” questo stornello:

Fior di risicchio,
un acelluzzo mi dicìo all’orecchio
che con le donne fai il bellospicchio,
però se vegno lì ti rompo il secchio.

Credo che il risicchio sia un vocabolo inventato per la rima con bellospichio e per l’assonanza con secchio. La parola secchio é un eufemismo per evitarne una volgare.

Peppino Denaro oltre ad essere il direttore del giornale “Pò t’ù cuntu!”, ne costituiva anche e soprattutto l’anima, la forza vitale. Sotto la sua guida quel giornale non era soltanto una pubblicazione semplice e simpatica, ma un’impareggiabile palestra di poesia dialettale ed un cenacolo ideale, che metteva insieme poeti di tutte le estrazioni sociali e di varia cultura. In quel sodalizio avveniva anche questo: i più colti non si vergognavano di avere spazio nelle stesse pagine degl’incolti e questi ultimi non si sentivano a disagio al confronto con gli altri. Si può pensare ad un esempio più bello di democrazia?
Gli autori a volte erano autentici poeti, altre volte erano soltanto dei verseggiatori. Mi ricordo un aneddoto del mio amico falegname a proposito di una donna che componeva versi debolucci. Egli si riprometteva di scriverle per dirle queste parole improvvisate, com’era nel suo stile: ‘Un sacciu si si schetta o maritata, si chista è ‘na poesia o ‘na nsalata.” (Non so se sei nubile o coniugata, se questa è una poesia o un’insalata).
Poeti valorosi, semplici verseggiatori, lettori che non scrivevano poesie, ma le leggevano con interesse e amore, tutte queste persone, residenti in Italia e all’estero, si sentivano legate a “Pò t’ù cuntu” e al suo direttore da stima e affetto, perché Patri Turneddu nel loro immaginario più che un poeta era addirittura un vate e il suo giornale un punto di riferimento ineguagliabile.
Il giornale “Pò t’ù cuntu!” non si pubblica più da decenni ed ho l’impressione che se ne sia persa la memoria. Il quindicinale di Patri Turneddu fu stampato per circa quarant’anni, fu letto e amato da moltissimi siciliani, fu un fenomeno di cultura e di costume; é triste, dunque, pensare che é caduto nell’oblio. Io per quanto posso cerco di tenerne viva la memoria. Con riconoscenza. Con nostalgia.

Beffe e beffati alla corte di Ferrara

Cari amici, la chiacchierata di alcuni giorni addietro su corti e cortigiani mi ha portato alla mente la figura di un cortigiano vissuto molti secoli addietro nella città di Ferrara, alla corte degli Estensi. Era, questi, il fiorentino Pietro Gonnella, molto intelligente e fortemente dotato di senso dell’umorismo, rinomato per le sue beffe. Era assai caro al marchese Nicolò, che non solo lo stimava molto, ma gli voleva anche un gran bene, in questo ampiamente ricambiato dal suo fedele cortigiano. Oggi nessuno si ricorderebbe più del Gonnella s