Letteratura Arte Fotografia - Chiacchierate di Simone con gli amici.

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I notturni leopardiani

la-luna-notturno.JPG

I paesaggi descritti dal Leopardi nelle sue poesie sono stupendi e fra essi un posto di rilievo occupano i notturni. Tuttavia prima di parlarne devo fare tre riflessioni.
La prima è questa: il bisogno di contemplare il cielo, in particolare quello notturno, accompagnò sempre il Leopardi, sin da quando a quattordici anni egli scrisse un breve trattato a carattere astronomico (la “Storia dell’astronomia”).
La seconda riflessione: il Leopardi, non essendo un poeta realista, non descrive il paesaggio per se stesso, ma ne mette in luce gli aspetti che maggiormente hanno risonanza nel suo spirito. Per questo i critici chiamano quelli del Leopardi paesaggi interiori.
La terza riflessione: presentare i notturni leopardiani significa anche parlare dei suoi colloqui con la luna, la silenziosa confidente alla quale si rivolge nei momenti del dolore o nel ricordo di essi.

Nel 1820 il Leopardi scrive un breve, ma significativo componimento intitolato “Alla Luna”:

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile
O mia diletta luna…

Il poeta si rivolge alla luna per confidarle che l’anno precedente, quando la guardava, la sua immagine gli appariva tremolante perché aveva gli occhi bagnati di lacrime. Che era successo l’anno precedente? Il Leopardi desiderava ardentemente lasciare l’angusta Recanati, che chiamava “il natio borgo selvaggio”, per realizzarsi pienamente in un ambiente più aperto alla cultura, ma suo padre non glielo permetteva, addirittura gli strappò il passaporto che l’amico Pietro Giordani (quello dell’epigrafe per la bambina caduta dalla scala, ve lo ricordate?) gli aveva procurato di nascosto. Il poeta in quel momento vide crollare il sogno di rendersi indipendente e si addolorò tanto da pensare al suicidio.
La poesia “Alla Luna” fa parte di un gruppo di liriche chiamate “Piccoli Idilli”. Un’altra é “La sera del dì di festa”. L’autore ci dice che, al termine del giorno festivo, tutti cercano riposo nel sonno; egli, invece, non riesce a dormire e pensa ad una donna che, pur essendo amata da lui, sicuramente ignora i suoi sentimenti. E’ stupenda l’apertura paesaggistica della lirica:

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa…

Incontriamo un altro splendido notturno nella poesia “Ultimo canto di Saffo”, scritta nel 1822. Di Saffo, la celebre poetessa greca, ci sono giunte due tradizioni: quella che la vuole bellissima (”Saffo dai capelli viola” la cantò un contemporaneo che l’ammirava molto) e quella che ce la mostra dolce, sensibile, ma di brutto aspetto e innamorata, non corrisposta, del giovane Faone. Per questo, disperata, decide di uccidersi buttandosi da una rupe.
Il Leopardi segue la seconda tradizione presentandoci Saffo come personaggio autobiografico, nel senso che rappresenta lo stesso poeta, perché anch’egli è molto sensibile ed ha aspetto fisico non gradevole; sente, come la poetessa greca, che gli sono negate le gioie della vita. Prima di uccidersi Saffo si congeda dal mondo con queste parole:

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno…
……….
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra.
(rorida significa bagnata di rugiada)

Saffo si rammarica nel constatare che dal godimento di queste bellezze la sorte ha voluto escluderla. Ecco la ragione per la quale si uccide.

Nel 1828, dopo una pausa di alcuni anni, la poesia tornerà ad ispirare il Leopardi e nasceranno in un biennio i cosiddetti “Grandi idilli”, che si collocano nel panorama della più grande lirica di tutti i tempi. Per restare nel nostro tema faccio riferimento alle “Ricordanze” e al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Il Leopardi scrive le Ricordanze, quando, dopo un lungo periodo di assenza, ritorna a Recanati ed uno stuolo di ricordi affolla la sua mente. Egli si rivolge alla costellazione dell’Orsa maggiore e le dice che, da ragazzo, tante volte la sera se ne stava ad ammirare il cielo notturno e a fantasticare, mentre ascoltava il gracidio delle rane e per l’aria vedeva brillare le lucciole. Le piante, intanto, mosse dal vento, sussurravano.

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l’aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva…

E’ grandioso lo scenario nel quale il Leopardi inserisce il protagonista del suo “Canto notturno”, un pastore dell’Asia, uno di quei pastori che di giorno camminano moltissimo attraverso aspri paesaggi per pascolare il proprio gregge. Di notte, invece, stanno a guardia delle pecore seduti su un masso e per ingannare il tempo canticchiano curiose canzoni, ma sembra che parlino alla Luna. Il poeta immagina che uno di quei pastori, anche questo personaggio autobiografico, nella solitudine di quel deserto sconfinato, dov’egli é l’unico essere umano, ponga alla luna una serie d’interrogativi angosciosi sull’universo, sulla vita, sulla morte e, soprattutto, sul perché del dolore. Ecco alcune di quelle domande:

che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? Che vuol dir questa
solitudine immensa? Ed io che sono?

Per quale ragione rivolge quelle domande alla luna? Perché dall’alto vede meglio di lui la realtà e certamente conosce anche il perché del dolore, quindi sa spiegarsi i misteri dell’esistenza. Invece il pastore-Leopardi ha una sola certezza:

Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale
Qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
(Questo posso dire con certezza: dell’immensità del mondo, della mia umile persona forse qualche altro può trarre vantaggio, ma per me la vita è male).
In seguito gli verrà il dubbio che alla sofferenza niente di tutto ciò che esiste possa sottrarsi:

O forse erra dal vero
pensando all’altrui sorte il mio pensiero;
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

Forse - dice - mi sbaglio escludendo gli altri dal dolore perché é probabile che la nascita, sia che avvenga nella culla (per i bambini), sia che avvenga nel covile (per gli animali) rappresenta l’inizio di una serie di sofferenze.
A questo proposto scrive così il grande critico letterario Luigi Russo: “Il pessimismo che investiva prima la situazione personale del poeta, e poi la situazione dell’umanità, qui comprende tutto l’universo.” Siamo, dunque, al concetto del dolore cosmico, detto anche doglia universale. Il suo amico Pietro Giordani, dopo aver letto il “Canto notturno” scrisse a Giacomo Leopardi queste parole: “Com’è stupendo quel Pastore errante dell’Asia! Sei proprio arrivato all’estremo della grandezza e dello stile”.

  AUGURI A TUTTI GLI AMICI DI ALBATROS!nativita-del-caravaggio.bmpAuguro a tutti quelli che frequentano questo circolo virtuale di  trascorrere serenamente e gioiosamente le prossime feste natalizie e di avere nel 2009 trecentosessantacinque giorni felici.
Associo a
 questo augurio un’immagine natalizia che mi è particolarmente cara. Si tratta della Natività del Caravaggio, celebre pittore del Seicento dalla vita errabonda e disordinata, ma eccellente quando teneva in mano i pennelli. Della sua arte apprezziamo soprattutto l’atteggiamento delle figure, il modo sapiente d’illuminare i volti dei personaggi principali, i colori e i chiaroscuri dal fascino non comune.
L’opera che vi presento oggi si può ammirare soltanto in fotografia, perché era conservata a Palermo nell’Oratorio di San Lorenzo, ma nel 1969 è stata rubata e non è più riapparsa.
Circola la voce che i ladri per portarla via la danneggiarono al punto che il committente del furto, quando l’ebbe fra le mani, si mise a piangere. Io spero che non sia vero e che un giorno questo capolavoro della pittura italiana venga ritrovato per la gioia di quanti amano l’arte, in particolare quella del Caravaggio.Albatros chiude i battenti per alcune settimane, ma prima é opportuno fare un bilancio dell’attività svolta e dei risultati conseguiti in questo suo primo anno di vita.
Sono stati trattati complessivamente 93 argomenti, per i quali i lettori hanno scritto 860 commenti.
I visitatori unici (cioé quelli entrati per la prima volta) sono stati circa 13.500; le pagine visitate sono state 35.000.
Considero quanto mai gratificanti questi risultati e mi preparo con rinnovato entusiasmo a riprendere in gennaio il mio colloquio con i lettori di Albatros.
Appuntamento, dunque, per l’anno nuovo! Vi aspetto.
Simone.    

I grandi miti dell’umanità

giasone-e-gli-argonauti.gif                                                        G. De Chirico - La nave degli Argonauti

E’ stato sempre vivo nell’uomo il desiderio di superare i limiti a lui imposti dalla natura. Egli é nato per vivere sulla terraferma per un tempo limitato e ha capacità di conoscere il passato e il presente, ma é assolutamente ignaro del futuro. Questa condizione ha fatto nascere in lui sin dai primordi il desiderio di viaggiare per mare, volare (anche fin sulla Luna), vincere la morte, conoscere in anticipo quello che deve accadere.  Ciò che l’uomo non sapeva realizzare prendeva corpo nella fantasia dei poeti e diventava mito. Nacque, per esempio, il mito degli Argonauti, che per primi solcarono il mare a bordo della nave Argo con la guida di Giasone, diretti verso la Colchide, sul mar Nero.
Nacque, per il desiderio di volare, il mito di Dedalo, che, per fuggire da Creta, dove il re Minosse lo teneva prigioniero, realizzò delle ali per sé e per il figlio Icaro e con esse spiccò il volo verso la libertà.
dedalo-ed-icaro.jpg 

                                                                       Dedalo ed Icaro

Solo sul finire del sec. XVIII i fratelli Mongolfier riuscirono a volare sollevandosi da terra su un pallone aerostatico, che da loro prese il nome di mongolfiera. Grande fu per quell’avvenimento l’ammirazione del poeta Vincenzo Monti, il quale accoglieva sempre con animo commosso le grandi novità. Egli, in una celebre poesia, salutò quel volo come la vittoria sui limiti imposti dalla natura e si chiese quando l’uomo sarebbe riuscito a  sconfiggere anche la morte.
L’antico bisogno di vincere la morte diventò immagine poetica nel mito di Orfeo ed Euridice. Orfeo, avendo perso la giovane e bella moglie Euridice proprio il giorno del suo ma matrinomio, scende nell’Averno (l’Oltretomba nella civiltà greco-romana) per chiederne la restituzione. Egli ottiene il permesso di riportare Euridice in vita a condizione di precederla nel viaggio di ritorno senza girarsi indietro a guardarla. Durante il tragitto Orfeo non sa resistere alla tentazione di volgersi indietro e la sua diletta sposa ritorna immediatamente nell’Averno. Il significato di questo mito è abbastanza chiaro: neanche l’amore più grande può strappare al regno dei morti chi ne ha varcato la soglia.
orfeo-ed-euridice.jpg                                                                     Orfeo ed Euridice

Immagino quali sentimenti proverebbe oggi il Monti davanti alla realtà dei voli spaziali; e immagino pure quali emozioni gli darebbero i frequenti trapianti di organi, che servono, se non a vincere la morte, almeno a ritardarne l’arrivo o a migliorare la qualità della vita.
Per quanto riguarda il desiderio di raggiungere la Luna, i poeti antichi, consapevoli che quel sogno era allora irrealizzabile, inventarono un mito secondo il quale è la Luna a scendere sulla terra. Essa rappresentava la dea Artemide (o Diana), che si era innamorata di Endimione, un giovane bellissimo condannato ad un sonno perpetuo. Artemide ogni notte scendeva dal cielo per stare accanto a lui e contemplarlo da vicino.

diana-ed-endimione.jpg                                                                     Endimione e Diana

Al mito della Luna ritornerà molti secoli dopo il poeta Ludovico Ariosto, che nel suo “Orlando Furioso” per fantasia non è secondo a nessuno. L’Ariosto racconta che Orlando, innamorato fortemente di Angelica, diventa pazzo quando si rende conto che quella fanciulla, dopo essere fuggita, si è innamorata perdutamente del giovane Medoro.
Secondo l’immaginazione ariostesca, il senno di quelli che diventano pazzi finisce sulla Luna. Proprio là si reca il paladino Astolfo a dorso di un cavallo alato, l’ippogrifo, per recuperare il senno di Orlando conservato in un’ampolla; poi lo restituisce all’amico facendolo rinsavire.

ippogrifo.jpg                                              ¼br>                                                     Astolfo sull’ippogrifo

Al mito della luna s’ispira ancora, sul finire dell’Ottocento, Giulio Verne nel suo romanzo “Dalla Terra alla Luna”. Questo prolifico e fantasioso scrittore immagina che da un enorme cannone venga sparato, in direzione della Luna, un proiettile contenente tre persone. Esse in tal modo potranno vedere da vicino il nostro satellite e conoscerne finalmente la faccia nascosta, per millenni oggetto di molta curiosità.
Un altro grande desiderio dell’uomo é stato sempre quello di prevedere il
futuro, che ha fatto proliferare in tutte le epoche maghi, indovini, oracoli, astrologi, cartomanti, chiromanti e chi più ne ha più ne metta. Tutti indistintamente hanno sempre fondato la loro fortuna sulla credulità popolare. Ricordo, per fare gli esempi più celebri, la Pizia, la Sibilla e altri oracoli dell’antichità greco-romana.

sibilla-cappella-sistina.jpg                                        Michelangelo: La Sibilla (Cappella sistina)

Per dare un’idea della furbizia dei “veggenti”  ricordo quello che avveniva a Roma quando un giovane, prima di partire per la guerra, andava ad interrogare l’oracolo per sapere quale destino lo attendeva. Poteva ricevere questa risposta: “Ibis redibis non morieris in bello (Partirai tornerai non morirai in guerra).  L’espressione era ambivalente in quanto la particella “non” si poteva riferire al verbo precedente o a quello successivo, secondo l’opportunità. Si poteva capire, quindi: “Partirai ritornerai non morirai in guerra” oppure “Partirai non ritornerai morirai in guerra. Comunque andassero le cose risultava sempre che l’oracolo aveva profetizzato bene. Viene spontaneo pensare che alla fiducia cieca negl’indovini abbia contribuito l’ignoranza allora dilagante. Invece, stando a certe cronache di giornali sembra che, sotto questo punto di vista, oggi la situazione non sia molto cambiata rispetto al passato.  

Con Giacomo Leopardi alla vigilia di un anno nuovo

 almanacco.jpg

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari
nuovi. 

giacomo_leopardi.jpg Il dialogo presentato sopra é tratto dalle “Operette morali” di Giacomo Leopardi. Quest’opera contiene una serie di scritti, spesso in forma di dialogo, attraverso i quali il poeta esprime il suo pensiero sulla Natura e sul dolore. La natura, dice, dà solo il dolore, al quale l’uomo tenta di sottrarsi con le illusioni. In una sua poesia il Leopardi chiamerà le illusioni “ameni inganni”, perché servono a camuffare la realtà, a far vedere meno brutto il destino dell’uomo; quindi sono ameni, piacevoli, ma pur sempre inganni.
In questo dialogo si confrontano due personaggi, un venditore di almanacchi (calendari molto ricchi d’informazioni) e un viandante. Entrambi sono personaggi autobiografici, ossia rappresentano lo stesso autore. Infatti nelle domande dell’uno e nelle risposte dell’altro ritroviamo il pensiero che é tipico del Leopardi.
                                                                       Il poeta recanatese era convinto che la Natura non può darci la felicità perché non la possiede, quindi si nasce destinati alla sofferenza. Non soltanto per gli uomini vale questa verità, ma per tutti gli esseri viventi, addirittura per tutto il mondo. Dice il Leopardi in un’altra poesia: “Dentro covile o cuna é funesto a chi nasce il dì natale”; significa che sono destinati a soffrire sia quelli che, appena nati, vengono messi in una culla (i bambini), sia quelli che nascono in un covile (gli animali).
Questo concetto leopardiano si chiama “doglia universale”, cioé dolore cosmico (tutto nel mondo é sofferenza).
Il viandante chiede al venditore di almanacchi se pensa che il prossimo anno sarà felice e quello non esita a dirgli di sì. Gli chiede poi: Come gli anni passati? E quello risponde: Molto più felice. Gli chiede ancora: A quale degli anni passati vorreste che somigliasse l’anno venturo? E quello risponde: A nessuno. Infatti nessuno degli anni passati gli é sembrato bello. Gli anni, osserva il viandante-Leopardi, man mano che scorrono ci portano sofferenze, amarezze e fastidi. Invece quando guardiamo al futuro c’illudiamo che esso possa essere ricco di gioie.
Nelle parole del viandante e in quelle del venditore cogliamo, tuttavia, il bisogno di ancorarsi alla vita, che, nonostante tutto, vuole e deve essere vissuta. Questo concetto é, nel pessimismo del Leopardi, un elemento positivo perché mette in evidenza la forza d’animo dell’autore, deciso a non arrendersi davanti alla  Natura (é quello che i critici chiamano “titanismo leopardiano” ricordando che i Titani erano giganti che si opposero a Giove pur sapendo che quello, essendo più forte, li avrebbe sconfitti.).
I
n questo dialogo ritorna, fateci caso, la concezione del “Sabato del villaggio”, più bello della domenica perché quel giorno si attende una gioia che l’indomani non ci sarà (“doman tistezza e noia recheran l’ore”). Il sabato nel pensiero del Leopardi corrisponde alla fanciullezza; la domenica, invece, all’ingresso nella giovinezza con tutte le delusioni che ne conseguono.
Ognuno é libero di condividere o rifiutare le amare concezioni leopardiane, ma non si può negare che tutti, all’arrivo di un nuovo anno,  speriamo che possa essere felice, molto di più degli anni precedenti. 

Le false teste di Modigliani

                                                                                                 
Di falsi e falsari la storia è piena. A cominciare da quelli che sempre hanno falsificato monete e banconote per arrivare a quelli che falsificano documenti e opere d’arte. Da qualche tempo il campionario dei prodotti contraffatti  registra anche orologi e abiti griffati.
Tutti i falsari generalmente agiscono per un tornaconto, per avere un guadagno beffando gli ingenui e talvolta anche gli esperti, come avviene per le opere d’arte. Continua »

Saluti da Mazara

Cari amici, le cartoline che vi presento, pur essendo a colori,  sono state realizzate almeno quarant’anni addietro e quindi entrano di diritto nella sezione “Foto antiche” di Albatros. Continua »

Il romanzo d’amore di Abelardo ed Eloisa

abelardo-ed-eloisa.jpg Abelardo ed Eloisa scoperti da Fulberto   


E’ avvincente la storia d’amore di Pietro Abelardo ed Eloisa. Ed é anche terribile. Accaduta nel secolo undicesimo, cioè quasi mille anni addietro, è rimasta viva nella memoria dei posteri, come avviene per tutti i fatti sorprendenti, che il tempo non riesce a cancellare, anzi li fa entrare nel mito.
Abelardo ed Eloisa sono una celebre coppia d’innamorati vissuti veramente, a differenza di tante altre coppie inventate dai poeti, Di loro ci rimane una raccolta di lettere, nonché la tomba, in Francia, il paese nel quale vissero e morirono. Continua »

Le tappe del suffragio elettorale in Italia

Il suffragio elettorale é il diritto dei cittadini di eleggere i loro rappresentanti per mezzo del voto. Può essere ristretto quando una parte della popolazione viene esclusa dal voto per ragioni varie (censo, istruzione, sesso, ecc.), mentre è universale quando sono ammessi al voto tutti i cittadini maggiorenni senza distinzione alcuna. In Italia il cammino per arrivare a questo traguardo è stato lungo e difficoltoso. Continua »

La forza di un’epigrafe

Le parole che vengono scritte sul marmo o sul bronzo, perché durino a lungo, si chiamano epigrafi. Se, poi, sono incise su una tomba prendono il nome di epitaffi.Elaborare un’epigrafe non é semplice perché lo spazio da utilizzare è sempre limitato e allora è necessario dire tutto in poche parole, ma in modo chiaro ed efficace. Continua »

Il mito di Oreste

manifesto6003.jpgIl manifesto di una rappresentazione dell’Orestiade al Teatro greco di Siracusa

Delle numerose tragedie scritte da Eschilo, il famoso drammaturgo greco, a noi ne sono pervenute solo sette.  Fra queste vi è la cosiddetta “Trilogia di Oreste”, chiamata anche Orestea oppure Orestiade; si tratta di un gruppo di tre tragedie in cui la figura dominante é appunto quella di Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra. Continua »