I notturni leopardiani
I paesaggi descritti dal Leopardi nelle sue poesie sono stupendi e fra essi un posto di rilievo occupano i notturni. Tuttavia prima di parlarne devo fare tre riflessioni.
La prima è questa: il bisogno di contemplare il cielo, in particolare quello notturno, accompagnò sempre il Leopardi, sin da quando a quattordici anni egli scrisse un breve trattato a carattere astronomico (la “Storia dell’astronomia”).
La seconda riflessione: il Leopardi, non essendo un poeta realista, non descrive il paesaggio per se stesso, ma ne mette in luce gli aspetti che maggiormente hanno risonanza nel suo spirito. Per questo i critici chiamano quelli del Leopardi paesaggi interiori.
La terza riflessione: presentare i notturni leopardiani significa anche parlare dei suoi colloqui con la luna, la silenziosa confidente alla quale si rivolge nei momenti del dolore o nel ricordo di essi.
Nel 1820 il Leopardi scrive un breve, ma significativo componimento intitolato “Alla Luna”:
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile
O mia diletta luna…
Il poeta si rivolge alla luna per confidarle che l’anno precedente, quando la guardava, la sua immagine gli appariva tremolante perché aveva gli occhi bagnati di lacrime. Che era successo l’anno precedente? Il Leopardi desiderava ardentemente lasciare l’angusta Recanati, che chiamava “il natio borgo selvaggio”, per realizzarsi pienamente in un ambiente più aperto alla cultura, ma suo padre non glielo permetteva, addirittura gli strappò il passaporto che l’amico Pietro Giordani (quello dell’epigrafe per la bambina caduta dalla scala, ve lo ricordate?) gli aveva procurato di nascosto. Il poeta in quel momento vide crollare il sogno di rendersi indipendente e si addolorò tanto da pensare al suicidio.
La poesia “Alla Luna” fa parte di un gruppo di liriche chiamate “Piccoli Idilli”. Un’altra é “La sera del dì di festa”. L’autore ci dice che, al termine del giorno festivo, tutti cercano riposo nel sonno; egli, invece, non riesce a dormire e pensa ad una donna che, pur essendo amata da lui, sicuramente ignora i suoi sentimenti. E’ stupenda l’apertura paesaggistica della lirica:
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa…
Incontriamo un altro splendido notturno nella poesia “Ultimo canto di Saffo”, scritta nel 1822. Di Saffo, la celebre poetessa greca, ci sono giunte due tradizioni: quella che la vuole bellissima (”Saffo dai capelli viola” la cantò un contemporaneo che l’ammirava molto) e quella che ce la mostra dolce, sensibile, ma di brutto aspetto e innamorata, non corrisposta, del giovane Faone. Per questo, disperata, decide di uccidersi buttandosi da una rupe.
Il Leopardi segue la seconda tradizione presentandoci Saffo come personaggio autobiografico, nel senso che rappresenta lo stesso poeta, perché anch’egli è molto sensibile ed ha aspetto fisico non gradevole; sente, come la poetessa greca, che gli sono negate le gioie della vita. Prima di uccidersi Saffo si congeda dal mondo con queste parole:
Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno…
……….
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra.
(rorida significa bagnata di rugiada)
Saffo si rammarica nel constatare che dal godimento di queste bellezze la sorte ha voluto escluderla. Ecco la ragione per la quale si uccide.
Nel 1828, dopo una pausa di alcuni anni, la poesia tornerà ad ispirare il Leopardi e nasceranno in un biennio i cosiddetti “Grandi idilli”, che si collocano nel panorama della più grande lirica di tutti i tempi. Per restare nel nostro tema faccio riferimento alle “Ricordanze” e al “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.
Il Leopardi scrive le Ricordanze, quando, dopo un lungo periodo di assenza, ritorna a Recanati ed uno stuolo di ricordi affolla la sua mente. Egli si rivolge alla costellazione dell’Orsa maggiore e le dice che, da ragazzo, tante volte la sera se ne stava ad ammirare il cielo notturno e a fantasticare, mentre ascoltava il gracidio delle rane e per l’aria vedeva brillare le lucciole. Le piante, intanto, mosse dal vento, sussurravano.
Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l’aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva…
E’ grandioso lo scenario nel quale il Leopardi inserisce il protagonista del suo “Canto notturno”, un pastore dell’Asia, uno di quei pastori che di giorno camminano moltissimo attraverso aspri paesaggi per pascolare il proprio gregge. Di notte, invece, stanno a guardia delle pecore seduti su un masso e per ingannare il tempo canticchiano curiose canzoni, ma sembra che parlino alla Luna. Il poeta immagina che uno di quei pastori, anche questo personaggio autobiografico, nella solitudine di quel deserto sconfinato, dov’egli é l’unico essere umano, ponga alla luna una serie d’interrogativi angosciosi sull’universo, sulla vita, sulla morte e, soprattutto, sul perché del dolore. Ecco alcune di quelle domande:
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? Che vuol dir questa
solitudine immensa? Ed io che sono?
Per quale ragione rivolge quelle domande alla luna? Perché dall’alto vede meglio di lui la realtà e certamente conosce anche il perché del dolore, quindi sa spiegarsi i misteri dell’esistenza. Invece il pastore-Leopardi ha una sola certezza:
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale
Qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
(Questo posso dire con certezza: dell’immensità del mondo, della mia umile persona forse qualche altro può trarre vantaggio, ma per me la vita è male).
In seguito gli verrà il dubbio che alla sofferenza niente di tutto ciò che esiste possa sottrarsi:
O forse erra dal vero
pensando all’altrui sorte il mio pensiero;
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.
Forse - dice - mi sbaglio escludendo gli altri dal dolore perché é probabile che la nascita, sia che avvenga nella culla (per i bambini), sia che avvenga nel covile (per gli animali) rappresenta l’inizio di una serie di sofferenze.
A questo proposto scrive così il grande critico letterario Luigi Russo: “Il pessimismo che investiva prima la situazione personale del poeta, e poi la situazione dell’umanità, qui comprende tutto l’universo.” Siamo, dunque, al concetto del dolore cosmico, detto anche doglia universale. Il suo amico Pietro Giordani, dopo aver letto il “Canto notturno” scrisse a Giacomo Leopardi queste parole: “Com’è stupendo quel Pastore errante dell’Asia! Sei proprio arrivato all’estremo della grandezza e dello stile”.
Pubblicato il 2/1/2009 nella sezione Miscellanea.
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